Perché noi italiani siamo un popolo di razzisti

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Ehi tu. Si proprio tu, tu che stai leggendo. Tu che vedi “Quinta Colonna” ogni sera. Tu che stai pensando di votare Salvini alle prossime elezioni e vivi a Punta Secca. Tu che inizi i tuoi discorsi sull’immigrazione con lo slogan “Io non sono razzista, ma…” e incentri il tuo monologo su stereotipi semi-ariani. Io non ce l’ho con te. Continua a leggermi anzi, perché proverò in qualche modo a spiegarti, ad entrare nelle pieghe della tua testa, a difenderti per quanto possibile. Resta collegato.

Sono giorni che evito di connettermi sui social. Un evento raro per uno come me, chi mi conosce lo sa. Eppure tutto è diventato così monotematico: “aiutiamoli a casa loro”, “chiudiamo i porti”, “questa è un’invasione premeditata dal PD“. Qui l’unica invasione è quella di commenti beceri, ed io la mia umile idea me la sono fatta: l’italiano non nasce razzista. Lo diventa. E la differenza è molto più che sostanziale. Lo diventa per rabbia, lo diventa per paura; gli stessi sentimenti, le stesse corde toccate da sedicenti leader che nel corso del ‘900 hanno fatto tanto male all’umanità.
Ho visto persone che nella loro vita sono sempre state disponibili verso il prossimo cambiare radicalmente. E allora mi sono chiesto il perché. Mi sono posto delle domande. Ed ho cercato di darmi delle risposte.

Dobbiamo partire da un doveroso presupposto: l’italiano è ignorante. Questo termine viene spesso utilizzato in maniera sprezzante, ma essere ignoranti vuol dire semplice ignorare qualcosa, non saperla. E per carità, è giusto che sia così: se tutti fossimo laureati vivremmo in campagna, perché nessuno si alzerebbe alle 4 del mattino per asfaltarci le strade e costruirci le nostre amate case. Ma il dato preoccupante è che l’Italia è il paese europeo con la percentuale più elevata di analfabeti funzionali: parliamo del 47% della popolazione. Essere un’analfabeta funzionale vuol dire non comprendere il fatto che se una persona si sorbisce quaranta giorni di mare su un barcone e senza mangiare, probabilmente non lo fa piacevolmente o per il semplice gusto di disturbare. Una persona che a malapena sa parlare inglese, non viene a rubarti il lavoro.
Il dato più interessante collegato all’analfabetismo funzionale è sicuramente questo:

Fonte: L’Espresso

Il Sud è la patria dell’ignoranza. Ma la stessa percentuale spetta al Nord-Ovest. Ergo, forse noi “terroni” non siamo poi tanto diversi rispetto a chi così ci etichetta.
Ammettere il fatto che siamo ignoranti di per sé non basta a spiegare la nostra tesi centrale sul perché l’italiano sia razzista. Qui entra in gioco il particolare momento storico: la crisi economica imperversa da anni, qualcuno cavalca l’onda del populismo, bisogna trovare un nemico da demonizzare: il diverso, quello che sta peggio di noi.

Ed in questo caso mi lascio andare ad un’amara considerazione: la macchina dell’accoglienza non funziona. Non funziona per niente. Non basta mettersi sulla banchina di un porto ad aspettare che arrivino cinquecento-seicento disperati, dar loro dei vestiti ed abbandonarli al loro destino. Salvarli dal mare vuol dire aver compiuto solo il 10% del dovere morale che abbiamo nei loro confronti. Bisogna seguirli, educarli e dar loro una speranza.
Io vivo a 500 metri da uno dei CARA più importanti del Mezzogiorno; a fronte di 770 posti disponibili, nel mese di aprile gli immigrati accolti all’interno erano 1787. Molti di loro scappano dalle buche realizzate nelle recinzioni e tutti lo sanno. Alcuni continuano il loro percorso in cerca di fortuna, altri finiscono ad elemosinare, altri ancora si danno alla vendita del materiale contraffatto per poi finire a spacciare e delinquere. Ognuno di loro la notte dorme in stazione. Da qui scappò nel 2013 Kabobo, che uccise tre persone a picconate in quel di Milano. Tutto ha una sua logica: il bisogno di sopravvivenza, che è il primo gradino della famosa Piramide di Maslow (chi non l’ha mai studiata? Andiamo) ci spinge ad azioni a cui siamo costretti, senza mai aver pensato di compierle. Ed il bisogno di sopravvivenza dell’immigrato si scontra con il bisogno di sicurezza dell’italiano (il secondo gradino della piramide). Girovagare in quartieri ghettizzati non renderebbe tranquillo nessuno di noi. Stereotipi, ideologie. Semplice paura. Chiamatela come volete.

La città diventa un pezzo di torta conteso da italiano e immigrato. Che sono individui più simili oggi di quanto possa sembrare: non solo perché hanno due braccia, due gambe e una testa entrambi, ma perché vivono nella disperazione e cercano una via per sopravvivere. Mancare in una fase cruciale come l’accoglienza vuol dire ostacolare un processo fondamentale: quello dell’integrazione. Il che non vuol dire adeguarsi ad un diverso stile di vita. Ma riconoscerlo e rispettarlo in quanto tale.

Non me la sento, né il mio scopo è quello di difendere atteggiamenti razzisti, dai quali prendo drasticamente le distanze. Vorrei soltanto capire perché un italiano sia indotto ad adottarli: è un po’ come quando papà ti fa uno sgarbo, ma te la prendi con mamma perché è più debole di lui. Non è una cosa giusta, anzi forse è la più sbagliata da fare. Ma la frustrazione tante volte è un sentimento incontrollabile, che depone ogni barlume di razionalità.
Non nego ho pensato profondamente se scrivere questo articolo o meno. Qualcuno apprezzerà, altri mi daranno addosso. Poi ho pensato che in fondo è proprio il motivo per cui scrivo su questo blog. Così mi sono documentato. Qualche celebre saggista indica in rete come il nostro latente razzismo derivi da un passato oscuro, legato ad un fascismo mai superato del tutto.
E francamente mi sento di opinare questa teoria. Sarebbe dovuto essere lo stesso in una nazione ancora più scottata come la Germania, che, pensate, ospita ben cinque milioni di immigrati più di noi. Eppure non è così. Oggi il paese tedesco ha avviato una politica ribattezzata “delle porte aperte”. Semplicemente si tratta di uno stato in cui l’accoglienza funziona alla perfezione: si arriva, si viene accolti, si viene controllati, si impara il tedesco, ci si immette nel mercato del lavoro, si contribuisce al meccanismo pensionistico nel terzo paese più “anziano” del mondo. Non è tutto oro quello che luccica, ed alcuni terribili avvenimenti lo testimoniano. Ma sarebbe una forzatura dire che oggi la Germania sia una patria di razzisti.
L’italiano razzista di oggi è probabilmente quello che nel 1991 partecipò all’attivazione di una macchina senza precedenti. 20mila albanesi si riversarono in un solo momento sulle coste baresi, tante furono famiglie che donarono quanto più poterono, altrettante quelle che ospitarono numerosi profughi nelle proprie case. Il risultato di questo fu una straordinaria integrazione.

Erano altri tempi, tempi in cui potevamo contare su qualcosa in più e dare parte di questo a chi è stato più sfortunato per una serie di circostanze. Oggi prendiamo invece parte alla guerra tra poveri. E credo che le responsabilità siano da condividere tra i media e la politica.
I primi realizzano articoli, servizi, reportage, con lo scopo di vendere copie o alzare lo share senza pensare più di tanto alle conseguenze. Un uomo di colore che spaccia, viaggia senza biglietto o ammazza farà sempre più notizia di un suo perfetto sosia dalla pelle bianca. È una legge non scritta, ma cementificata nella mentalità massmediale. Tutto materiale utile a fomentare l’odio.
La seconda probabilmente gode di “privilegi” (in senso lato), che scaturiscono dal contesto italiano attuale o semplicemente è incapace di prendere decisioni perché lontana dalla realtà attuale. Mi rifiuto personalmente di credere che la politica smerci migranti per business e pertanto non mi lascerò andare a dichiarazioni dal carattere diffamatorio, nonostante le spiacevoli vicende di Buzzi e Carminati. Ma evidentemente la situazione di guerriglia urbana fa comodo a chi ha l’arduo compito di decidere mentre è seduto su una poltrona d’oro. L’ignoranza ti permette di vendere fumo, lo scontro razziale di guadagnare consensi.

Tornano alla mente le parole di John Fitzgerald Kennedy, secondo cui “Se una libera società non può aiutare i molti che sono poveri, non dovrebbe salvare i pochi che sono ricchi”. Ma siamo in Italia e qui rendere onore al potente di turno è sempre lo sport più conveniente, per tutto il resto c’è l’immigrato. Kennedy, inoltre, è un esempio che non potremmo permetterci, prediligendo quello francese del “se non hanno più pane, che mangino brioches” (noi infatti siamo sempre un passo più avanti…). Quindi come la mettiamo con questi stranieri ed invasori? Se non hanno un posto dove stare, che vadano negli hotel a cinque stelle a spese degli italiani! Ah, però non ditelo a Salvini…

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Damiano Cosimo Lorusso
Mi chiamo Damiano Lorusso, sono nato a Bari il 28 Gennaio 1992, e sono un laureando in Scienze della Comunicazione presso l'università degli studi di Bari "Aldo Moro", con una tesi riguardante il ruolo degli ultras nella società italiana contemporanea. Come potete dedurre le mie più grandi passioni sono lo sport e la scrittura, ed è per questo che ho sempre cercato di coniugare le due cose, dapprima collaborando con la testata online "Socialcalcionews.it", e poi con il periodico mensile digitale e cartaceo "NelMese", di proprietà della "Les Flâneurs Edizioni", come redattore di cronaca bianca per la provincia di Bari.

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