“Mi chiamo Mamadou e sono un clandestino”: Coulibaly, da un barcone nel Mediterraneo alla Serie A

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“Mamadou, sei negli undici”. Sarà andata così Domenica mattina a Pescara, quando Zeman (mica uno qualsiasi) annunciava ai suoi ragazzi la formazione titolare che da lì a poco sarebbe scesa in campo contro il Milan, rivolgendosi in particolare a quel giovane spilungone 18enne della Primavera che per la prima volta sarebbe partito dall’inizio in un match di Serie A, un sogno di tutti i ragazzini non solo d’Italia, ma probabilmente di quella gran fetta di mondo che ama in maniera viscerale il calcio.
Ma questa è solo la conclusione della storia che noi di AltraVoce vogliamo raccontarvi oggi.

Una storia che, a discapito di quello che possiate pensare, non è tutta rose e fiori, e comincia a Thies, in Senegal, terza città per popolazione del Paese africano, nell’Ottobre 2015.
Mamadou Coulibaly è un 16enne che passa le giornate per strada giocando a calcio, con tanti sogni nel cassetto ma, quasi per un’ovvia associazione ossimorica, pochissimi soldi nelle tasche.
Pochissimi, ma sufficienti a scappare di casa con due soli zaini in spalla e salire su un autobus con direzione Marocco, laddove ogni giorno partono decine di barconi colmi di gente ma ancor più di speranze.

I soldi per la traversata in mare però non ci sono, quelli no, e così Mamadou rimane a dormire per tre notti presso una banchina, mangiando poco, in attesa che qualcuno si impietosisca e gli paghi il viaggio, l’unico possibile, visto che sa benissimo di non poter tornare indietro da una famiglia certamente infuriata per la sua silenziosa fuga.
Quel qualcuno arriva e così via per mare, nel Mediterraneo, direzione Francia. Piccolo particolare della storia: il giovane senegalese non sa nuotare.

“se fosse successo qualcosa al barcone sarei morto sicuramente in mare”

Per fortuna il viaggio va bene, Mamadou sbarca a Marsiglia e poi si dirige a Grenoble da una zia che lo accoglie, ma che non può garantirgli di farlo diventare un calciatore. Dopo un breve periodo, si rimette quindi in marcia salutando la parente, destinazione Italia, in treno e senza biglietto (un comportamento da stigmatizzare, lo so bene. Sopratutto da quelli che, come me, fanno ogni mese l’abbonamento alla metropolitana, ma tant’è…).
Livorno prima, direzione Pescara poi. Il ragazzo però sbaglia stazione e scende a Roseto degli Abruzzi, dove comincia una vita di stenti, dormendo sulle panchine antistanti lo stadio “Patrizi” (un segno del destino) e mangiando quello che la gente gli regala, tutto questo nel gelido inverno appenninico.
La polizia lo ferma e lo identifica, la paura di tornare a casa c’è, la buona sorte, ancora una volta, anche: gli agenti trovano una comoda sistemazione al giovane africano nella casa-famiglia di Montepagano, celebre per aver ospitato qualche anno prima un altro ragazzino scappato dal Senegal, Khouma El Babacar, oggi attaccante della Fiorentina.
Mamadou inizia a giocare con gli altri, si fa vedere, accede ad un paio di provini rivelatisi poi fallimentari con Cesena e Sassuolo. Qui però viene notato da Mino Bizzarri, un ex attaccante dalla carriera poco più che sufficiente che lo segnala immediatamente al Pescara di Massimo Oddo.

“Sono partito con l’intenzione di arrivare a pescara perche’ so che ci sono tanti senegalesi come me”

Oddo ne avvalla immediatamente il tesseramento, ed è da qui che comincia l’escalation di Coulibaly: centrocampista agile e tecnico ma potente, uomo ovunque e devastante in progressione palla al piede, gioca solo due partite in Primavera, il tempo di realizzare un gol e un assist all’esordio, non poco per uno che si trovava per la prima volta a disputare una partita regolamentare con un arbitro e dei collaboratori. Con i giovani non ha nulla a che fare, la chiamata in una prima squadra che annaspa è un attimo, e il debutto in A seppur per qualche minuto arriva contro l’Atalanta il 19 Marzo.
Ed è qui che ci ricolleghiamo all’inizio di questa storia, o per meglio dire favola. Mamadou gioca dal 1′ e disputa una partita gagliarda contro una signora squadra, la squadra di cui si dichiara tifoso sin da bambino, quando vedeva in una delle poche TV presenti nella sua città Kakà illuminare l’Europa palla al piede. Si narra che tante big lo seguano, c’è chi intravede in lui il talento di Pogba e chi la classe Yaya Toure, indubbiamente tutti intravedono le stimmate del campione. 

Ah, piccola parentesi: la famiglia dopo mesi lo cerca, lui risponde, e Domenica a Thies è stata organizzata una colletta dal papà (insegnante di educazione fisica, probabilmente ora fiero di lui) per vederlo calcare il terreno di gioco su un canale a pagamento.
La storia di Coulibaly, clandestino nel pallone, non è una storia adatta solo per chi ama il calcio.
È un esempio piuttosto di perseveranza, di umanità, è una storia che ci ricorda che i sogni vanno coltivati, inseguiti, che sia a piedi, di corsa, con un treno (senza biglietto) o con un barcone.

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Damiano Cosimo Lorusso
Mi chiamo Damiano Lorusso, sono nato a Bari il 28 Gennaio 1992, e sono un laureando in Scienze della Comunicazione presso l'università degli studi di Bari "Aldo Moro", con una tesi riguardante il ruolo degli ultras nella società italiana contemporanea. Come potete dedurre le mie più grandi passioni sono lo sport e la scrittura, ed è per questo che ho sempre cercato di coniugare le due cose, dapprima collaborando con la testata online "Socialcalcionews.it", e poi con il periodico mensile digitale e cartaceo "NelMese", di proprietà della "Les Flâneurs Edizioni", come redattore di cronaca bianca per la provincia di Bari.

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