Siamo stati noi ad imprigionare Gabriele Del Grande

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Sì, siamo stati proprio noi. E per noi, intendo tutte quelle persone che hanno rifiutato di approfondire l’argomento da quel 9 aprile, giorno in cui il reporter è stato incarcerato in Turchia. Siamo stati noi, con la nostra indifferenza, a fare in modo che passassero ben 16 giorni prima del suo rilascio. Risale a poche ore fa la notizia della sua liberazione, ma il quesito è ancora lo stesso: sapete che cosa davvero sia successo a Gabriele? Sapete perché Gabriele si è trovato in una situazione ai limiti della comprensione umana?

GABRIELE DEL GRANDE LIBERO

Gabriele si trovava in Turchia non per vacanza, per lavoro. Per continuare ad inseguire i suoi sogni. Per cercare di rendere questo mondo un posto migliore. No, non faceva il supereroe. Aveva e ha solamente il coraggio di denunciare quanto di sporco ci sia intorno a noi. Si trovava lì, al confine mentre ascoltava un siriano. Pochi minuti per ritrovarsi a Mugla, in un centro di identificazione ed espulsione. Non mi dilungo nel raccontare la vicenda: non voglio fare una mera cronaca di quanto è accaduto a Del Grande, ci hanno già pensato le testate nazionali, e sinceramente mi auguro che almeno la metà di tutti coloro i quali hanno gridato “Free Gabriele”, sappiano almeno un po’ dell’aria che si respira in Turchia. Che la situazione fosse già complessa, era cosa nota. Ma come si può tollerare il fatto che continui ad esserci una limitazione di stampa? Non parlo della Turchia, parlo in generale. Perché voi credete che anche in Italia le cose vadano meglio? Assolutamente no. Non lasciatevi ingannare dal fatto che non sia stato ancora imprigionato nessuno. In ogni Paese c’è quella sporca tendenza vigliacca a celarsi dietro pezzi grossi, dietro a grandi partiti politici per avere sicurezza. Fa niente che poi ci dimentichiamo il vero significato dell’essere giornalista: non è un titolo, è un modus vivendi. I veri giornalisti del titolo non se ne fanno nulla. I veri giornalisti sacrificano la loro vita, le loro famiglie, i loro interessi in onore di quella verità a cui hanno prestato fede. E poi vengono definiti “supereroi”. No. Non sono loro i supereroi. Siete voi, siamo noi che non siamo abituati a gente simile. Gabriele ha fatto semplicemente ciò per cui è nato: il difensore della verità. Ed è possibile che un tanto nobile scopo venga continuamente violentato dall’opinione pubblica? Sì perché abbiamo tutti violentato questo diritto. Lo abbiamo violentato quando ce ne siamo fregati di quanto stesse accadendo non solo a Gabriele, ma all’intera Turchia. Ce ne siamo fregati quando abbiamo detto: “Ma chi glielo ha fatto fare”. Ce ne siamo fregati soprattutto quando tutti abbiamo partecipato alle manifestazioni “Io sto con Gabriele”, perché faceva figo, perché ci faceva sembrare intellettuali e soprattutto perché era bello far vedere al mondo che fossimo sensibili a certe dinamiche. Peccato che però di Gabriele non sappiate nulla. Non avete mai letto il suo blog (e vi consiglio adesso di farlo, perché è inaccettabile che voi gridiate alla liberazione di uno di cui non sapete nulla a parte il volto e il nome) e sicuramente non avete mai visto il suo documentario “Io sto con la sposa“. Ma non fa nulla. L’importante è mostrarci solidali e dopo due minuti trasformarci nuovamente in parassiti della società. Perché in fondo a noi dei migranti non ce ne frega niente. A noi interessa della cronaca locale, a noi interessa del gossip, a noi interessano i reality demenziali che tanto ci fanno ridere. E magari, se per caso ci capiti facendo zapping un programma che tratta argomenti simili, noi cambiamo canale perché tanto “che ce ne frega, non sono dinamiche che ci riguardano”. Poi però abbiamo paura che l’Isis entri nei nostri paesi. Ma a che gioco stiamo giocando? Sforniamo sempre più menti negligenti e poca gente di polso. Certo, avete anche ragione voi. Gabriele non potevamo liberarlo noi andando in Turchia. Ma c’è qualcosa che possiamo fare: iniziare ad essere sempre più Gabriele, a denunciare tutto ciò che non va, a non avere paura delle ritorsioni perché è solo facendo la voce forte che la limitazione di stampa può terminare. È semplice prendere un pesce piccolo, solo in una terra nemica. Provate a prendere milioni di pesci. Chi è a quel punto il più forte? Ciò che guasta l’italiano medio basso (ma anche quello alto, eh) è semplicemente il fuggire dalle situazioni ostiche per ripararsi nella tranquillità. Fa niente che poi veniamo costantemente presi per i fondelli, non importa se dall’alto ci fregano come vogliono e noi fessi che ci crediamo anche; per poi magari svegliarci e capire che siamo stati presi in giro. Ricordate, la colpa è unicamente nostra, siamo noi che vogliamo essere ignoranti e vivere passivamente gli eventi. Sì perché accettiamo tutto, lamentandoci e non facendo nulla per cambiare questo mondo orrendo.

Da oggi Gabriele potrà tornare nuovamente ad esercitare ciò per cui è nato: raccontare, riportare, cercare la verità. E noi invece ci troviamo di fronte ad un bivio: essere davvero Gabriele oppure tornare alla tranquillità? Tanto ormai Gabriele è libero e il prossimo pesce piccolo che avrà problemi sicuramente lo sentiremo tra qualche anno. Nel dubbio però, iniziamo a preparare gli striscioni di solidarietà. E magari iniziamo già da oggi a pensare a frasi ad effetto davvero fighe. Perché può essere  che a lui sia andata bene, ma ci può anche scappare il morto. E lì poi dobbiamo essere bravi noi a sembrare ancora più dispiaciuti.

Basta con questa sporca ipocrisia. Davvero basta. Io non sono Gabriele, ma da oggi voglio essere come lui. E ci metterò la faccia e mi impegnerò tanto per fare ciò che fa lui. Voi invece? Non siate i soliti cittadini passivi, è arrivato il momento di decidere da che parte stare. E poi non vi lamentate che il sistema faccia schifo. Siamo noi con questo atteggiamento che lo facciamo.

P.s.: per la cronaca, Gabriele stava lavorando a questo progetto. Potrebbe servirvi, nel caso in cui vogliate fare i fighi falsi intellettuali fino in fondo: https://www.produzionidalbasso.com/project/un-partigiano-mi-disse/

BUONA VITA, GABRIELE!

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Francesca Elicio
Determinata, testarda, curiosa e inarrestabile. Con energia da vendere e una voglia di imparare e dare sempre il massimo. Questa sono io in pochi aggettivi. Mi chiamo Francesca, ho 22 anni e sono laureata in scienze della comunicazione. Non mi arrendo quasi mai e cerco di cogliere ogni tipo di opportunità mi capiti. Della mia vita ho già deciso quando avevo 3 anni; anno dopo anno, ho capito sempre più che io senza giornalismo e scrittura sarei come Romeo senza la sua Giulietta, oppure come una giornata senza sole, o come il pane senza la nutella. Ho iniziato a scrivere a 16 anni quando annunciai per prima in Italia l'omicidio di un commerciante del paese. A 20 anni mi sono iscritta all’ordine dei giornalisti. E nel frattempo non faccio altro che studiare e specializzarmi, chissà che non riesca a vincere il Pulitzer un giorno. Idoli? Bhe, il mio mito fra tutti è Emiliano Fittipaldi. Sogni nel cassetto? Lavorare insieme a lui, e perché no, superarlo anche. Vi ho detto anche che sono sognatrice?

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