Ricorda che è vietato morire

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Ho sempre pensato che la scrittura avesse un ruolo salvifico. In un pezzo di carta ho sempre trasferito le mie paure, i miei pensieri che fluttuavano senza una giusta direzione. Li riuscivo ad acchiappare, tenendoli stretti in un pugno per paura che fuggissero, e poi li riportavo lì, affinchè restassero immutati. Attraverso la scrittura ho amato, ho desiderato, ho pianto. E adesso, attraverso le parole nere che scorrono veloci sul display, sto trovando il coraggio di parlare di me. Ho promesso che in questa rubrica avrei dato tutta me stessa. E per farlo, ho bisogno della vostra fiducia. E per avere la vostra fiducia, c’è bisogno che mi conosciate almeno un po’.

Avete per caso presente quella parola ANORESSIA? Sì, quella parola che descrive quello stato in cui una ragazza vuole dimagrire, non mangia, si ammala e muore. Bene, ve lo dico già in partenza: dimenticate tutto ciò. Il perché? Bhe, perché oggi ho intervistato una persona che ha attraversato questo periodo buio. Quella persona sono io. Sì, finalmente ho deciso di gridarlo al mondo. Sono stata anoressica. E non una volta. Ho iniziato quando avevo 5 anni, “uno dei primi casi in Italia”, disse la mia psicologa. Ero lì, non mangiavo, vomitavo tutto. E stavo male, ma non parlavo. Stavo male, piangevo ma non capivo cosa fosse. Ma cosa pretendevo, a 5 anni un bambino dovrebbe solo giocare. Io invece ero su un lato del divano e una bacinella accanto a me pronta per l’uso.

E poi, un anno e mezzo fa circa, è tornato il buio. Non è semplice parlarne, o meglio non lo è stato per tanto tempo. Ho sempre pensato che questo fosse un handicap, un qualcosa che mi rendesse inferiore agli altri. È iniziato tutto con un perenne mal di stomaco ed inappetenza. E piano piano questa inappetenza si trasformava in malumore, in continua ansia fino a trasformarsi in repulsione per il cibo. “Sarà un periodo di stress”, pensavo. E invece no. Giorno dopo giorno, iniziavo a perdere peso. Prima mezzo chilo, ma vabbè si sa, quelli sono i liquidi che perdo. Poi diventarono 3,4. Fino a quando arrivai a -10. Ebbene sì, 20 anni e 44 chili scarsi. Ricordo come se fosse un film le continue liti a casa, credendo si trattasse di un capriccio. Mia madre furiosa come non mai, che mi obbligava a mangiare ciò che c’era nel piatto. E che non capiva. Io la guardavo perennemente con gli occhi pieni di lacrime, la guardavo come per dire “mamma ti prego aiutami. Non te la prendere con me, io sto male e ho bisogno di essere salvata”. Ma quelle urla restavano soffocate nella mia mente e nel mio stomaco, che continuava sempre più a chiudersi. I giorni passavano, e io speravo che il tempo finisse lì. Arrivavano le 12 circa e io iniziavo a sudare freddo, sapendo che di lì a poco si sarebbe avvicinata l’ora di pranzo e che avrei dovuto subire tutti i rimproveri. Iniziai ad eliminare pian piano i contorni, fino ad arrivare ad un piatto unico. O mangiavo il primo o il secondo. E spesso e volentieri, non mangiavo neanche uno dei due. Guardavo lì nel piatto, giocavo con la forchetta e speravo che lo stomaco si aprisse anche solo per infilare un maccherone, per dare la prova che la mia buona volontà c’era, ma era il mio corpo che rifiutava. E le pensavo di tutti i colori: correvo, respiravo aria, addirittura mi iscrissi in palestra sperando che lo sforza fisico mi facesse arrivare la fame. E ci andai, davvero. Fino a quando non ebbi un collasso perché un corpo di 44 chili non può sopportare un tale sforzo fisico.

E non voglio stare adesso ad elencare tutto ciò che ho passato. Le mie giornate erano sterili, piene di tristezza, disperazione, voglia di mangiare senza riuscirci. E poi c’era l’appuntamento fisso del giovedì, obbligato da mia madre: io e la bilancia. E poi lo specchio, le ossa che fuoriuscivano dal mio corpo e io che piangevo perché non avevo forme, non avevo nulla.

E fregatevene di tutte le statistiche su questa malattia, delle frasi fatte, dei detti che non significano un tubo. Ci raccontano che si diventa anoressici perché si vuole diventare più magri e si è fissati col proprio fisico. Stronzate. Io speravo di ingrassare grammo dopo grammo. Si racconta anche che solitamente si ha un brutto rapporto con la madre. Stronzate parte 2. Io con la mia ho un rapporto bellissimo, è la mia più cara confidente, un porto sicuro che ha vissuto con me giorno dopo giorno questa malattia. Io senza di lei sarei persa, e se sono ancora qui viva a parlarne è soprattutto grazie a lei. Lei capì il problema, lei chiamò la psicologa, lei mi seguiva in ogni incontro e lei mi aiutava a mentire ogni volta che tutti mi chiedevano “perché sei così magra?” e io non sapevo più che scusa inventare, salvo poi tornare a casa e piangere. Lei mi ha dato sempre la sua spalla.

Per diverso tempo ho avuto paura a raccontare al mondo cosa stesse accadendo, svolgevo la mia vita in parallelo, come se fossero due vite diverse: da un lato la ragazza che dava esami da 30 e lode, lavorava e otteneva gratificazioni a livello personale. Dall’altro, quella che ogni giorno frequentava sempre psicologi e psichiatri, fino a quando non arrivai in un centro per anoressici.

E lì ho capito che nulla è come sembra. Che noi non siamo persone complessate o con disagi mentali. SIAMO PERSONE FRAGILI, in cerca di sicurezza. L’anoressia, non è una malattia, porca miseria. È il bisogno disperato di essere amati, apprezzati. Io mi sentivo sempre all’angolo, circondata da gente sbagliata, con tanto da esprimere, ma che puntualmente veniva messo a tacere. Mi sentivo invisibile, trasparente. L’ultima degli ultimi insomma. Perché non vale un cavolo essere i primi nel lavoro, se per il resto ti senti l’ultimo al mondo. Ragazze prendete la vostra vita in mano. Voi da sole ce la potete fare. Io da sola ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta quando entravo in quel maledetto centro e avevo voglia di scappare perché vedevo ragazze in punto di morte che erano convinte di star bene. E lì ho azionato come sempre la mia amata razionalità, che mi fa essere la persona forte che sono. Ce l’ho fatta nel momento in cui mi sono sentita dire “Sei con un piede dentro, e uno fuori. Scegli tu da che parte stare”. Ce l’ho fatta quando ho ripensato a tutte le maledette scuse inventate per non andare a cena con amici fuori, perché io non mangiavo. E le scuse poi finivano sempre. Ce l’ho fatta perché avevo voglia di truccarmi, di essere bella, di indossare begli abiti. Ed invece ero lì che usavo solo maglioni larghi per non far vedere tutte le ossa che fuoriuscivano. Ce l’ho fatta perché i medici mi dicevano “Sei una macchina da guerra”. Ce l’ho fatta perché ero stufa di vedere mia madre piangere, affannarsi per prepararmi cose che potessero piacermi, sperando che così potessi mangiare un po’. Ero stufa di vedere mio padre fare il duro ma stare male più di tutti perché se mamma riusciva a piangere, lui non poteva perdere il controllo. Altrimenti per la nostra famiglia era la fine. Ed era lui che prima degli altri osservava i miei occhi vaghi e vuoti e capiva che c’era qualcosa che non andava. E quegli occhi vaghi mi hanno accompagnata in tutti questi mesi. E a volte mi accompagnano ancora.

Non c’è soluzione per tutte le notti insonni, per le lacrime versate, per la voglia di scomparire al centro della terra. Per la voglia di non essere mai nata. Ma poi arriva la luce, e quella arriva dal tuo cuore, dalla tua caparbietà e dalla forza che riescono a trasmettere i tuoi cari. Arriva quando decidi di guardare il cielo e farti illuminare da quel raggio di sole che ti mostra che la vita è qualcosa di importante e che non va buttata via.

Ricordo ancora il giorno in cui sono tornata a mangiare davanti a tutti, davanti agli altri, senza temere di ciò che potesse accadermi. Ricordo quel momento come se fosse ieri. Ricordo il motivo, ricordo che cosa fosse cambiato. Ed è quello che ti fa andare avanti, il cambiamento. Il fatto di svegliarti e sapere che lì fuori c’è qualcosa per cui vale la pena reagire e rinascere. Ricordo che iniziai a sorridere, che iniziai ad esser donna, a sentirmi un perno di questa terra, non una figura al margine. Cosa è successo? Qualcosa, ma questa è tutta un’altra storia.

E ricordo anche una conversazione con alcune persone, dove mi colpì una frase: “Nessuno si salva da solo“. Ed è proprio così. Nessuno si salva da solo. Quella frase fu detta in un momento delicato e mi ha segnato per il resto dei giorni. E soprattutto, c’è una frase che mi ripeto ogni santissimo giorno: “ricordati che è vietato morire”. Ricordalo, sempre.

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Francesca Elicio
Determinata, testarda, curiosa e inarrestabile. Con energia da vendere e una voglia di imparare e dare sempre il massimo. Questa sono io in pochi aggettivi. Mi chiamo Francesca, ho 22 anni e sono laureata in scienze della comunicazione. Non mi arrendo quasi mai e cerco di cogliere ogni tipo di opportunità mi capiti. Della mia vita ho già deciso quando avevo 3 anni; anno dopo anno, ho capito sempre più che io senza giornalismo e scrittura sarei come Romeo senza la sua Giulietta, oppure come una giornata senza sole, o come il pane senza la nutella. Ho iniziato a scrivere a 16 anni quando annunciai per prima in Italia l'omicidio di un commerciante del paese. A 20 anni mi sono iscritta all’ordine dei giornalisti. E nel frattempo non faccio altro che studiare e specializzarmi, chissà che non riesca a vincere il Pulitzer un giorno. Idoli? Bhe, il mio mito fra tutti è Emiliano Fittipaldi. Sogni nel cassetto? Lavorare insieme a lui, e perché no, superarlo anche. Vi ho detto anche che sono sognatrice?

6 Commenti

  1. Bellissimo Francesca… spero k il tuo racconto vissuto sulla pelle possa aiutare tante altre ragazze che, quella luce in fondo al tunnel, non riescono a vederla… e hanno bisogno di qualcuno che le aiuti a salvarsi, che le faccia sentire amate e importanti.. BRAVA!!!

    p.s. e io che pensavo di chiederti il nome del dietologo 😛 sei bellissima, lo sei sempre stata…dovevi solo capirlo TU <3

    • È quello che mi auguro anche io! Il mio intento era proprio quello di essere un esempio e un aiuto per tante persone che purtroppo hanno delle mancanze. Grazie davvero per queste bellissime parole e soprattutto per i bellissimi complimenti! Ti mando un bacione :*

  2. Wow. Emozionante. Complimenti!

    Se rive di uno degli psicologi chiedi cosa bisogna fare per il problema contrario, quando ti pressi e sei sempre più ciccione di quanto vorresti… 🙂

  3. Ti faccio i miei complimenti più sinceri. Ci vuole una grande forza per dichiararsi in una maniera tanto sincera e pura. In bocca al lupo per tutto!

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