Quale futuro per il Burundi?

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Solo qualche giorno fa vi abbiamo raccontato di un viaggio, un viaggio pazzo ma allo stesso tempo piacevole e ricco di sorprese. Poi c’è chi viaggia, ma lo fa per dare una speranza a chi non può. Si parla dei viaggi missionari, dei viaggi di persone che scelgono di recarsi nei posti definiti “ultimi” perché sanno che c’è bisogno di una mano. Quella mano che non può che arrivare da noi occidentali, gli stessi occidentali che si lamentano di tutto e tutti senza sapere cosa vuol dire davvero non avere nulla. Nessuno di noi sa cosa vuol dire svegliarsi ogni giorno e guardarsi intorno non trovando che fame e disperazione. Nessuno di loro invece sa cosa vuol dire vivere nell’igiene; a loro basta solo vivere. Nessuno di loro sa cosa vuol dire vivere al sicuro, con tanto amore, con una famiglia che è pronta a stringerti nei momenti bisognosi e a porgerti una spalla su cui piangere e sulla quale ridere.

Oggi abbiamo voglia di raccontarvi il viaggio di una donna meravigliosamente fantastica, che ha dedicato tutta la sua vita al prossimo. Ogni volta che ho parlato con lei mi sono venuti i brividi, credo che nessuno più di lei sappia emozionare. Il suo nome è Giovanna. Giovanna è nata a Brentonico, un paesino del Trentino sulle pendici del Monte Baldo. Maestra di scuola elementare per molti anni, quando va in pensione entra a far parte dell’Associazione locale “Il Melograno”, una onlus di volontariato internazionale. Comincia così la sua partecipazione alle spedizioni in Burundi dove l’associazione porta avanti numerosi progetti.

È responsabile, all’interno del gruppo, del progetto “Busiga chiama … Brentonico risponde” che vede nascere e consolidarsi un gemellaggio tra la sua ex scuola e quella africana con lo scambio epistolare tra i bambini, la raccolta di materiale didattico e di cancelleria, e iniziative varie volte a raccogliere fondi per un sostegno economico. Propone e sostiene la costruzione di una scuola materna (sempre a Busiga) come supporto alle donne che lavorano in campagna e come opportunità ai bimbi di avere un pasto sicuro a mezzogiorno e una preparazione di base per affrontare poi la scuola primaria. Nel 2016 il gruppo dei volontari deve rinunciare al viaggio in terra africana a causa della grave situazione politica che si è venuta a creare e che sconvolge il paese. 

Quest’anno il gruppo ritorna, pur in presenza di molte criticità, ed ecco ciò che racconta dopo la sua settima esperienza.

Ed ecco che Giovanna regala ad “AltraVoce” una pagina del suo diario di bordo.

Burundi 2017

Cosa è il futuro?
Per noi può essere una parola magica, piena di prospettive, di sogni da realizzare, di obiettivi da raggiungere. Qui in Africa, per la maggioranza delle persone, è una parola vuota, inesistente, priva di significato. Come si può immaginare il proprio domani se si è preoccupati di trovare qualche cosa da mangiare per sé e per la propria famiglia per un oggi già incerto e senza sicurezza? Mi porto alcune immagini negli occhi, nella mente, nel cuore. Un viottolo stretto, impervio, pieno di buche e scivoloso a causa della pioggia si addentra in mezzo alla campagna, tra bananeti, caffè, piante di manioca e fagioli. Là in fondo una “casa” costruita con un intreccio di canne di bambù e fango e il tetto di foglie di banano. Tutta una fiancata è ormai inesistente; siamo nella stagione delle grandi piogge  e  l’acqua forte dei giorni scorsi si è portata via il fango di riempimento. All’interno regna un buio pesto se non nella parte dove non esiste più la parete; solo una porta dà luce al pavimento in terra battuta; lo spazio è suddiviso con pareti di canne e fango: c’è un riparo per la capretta, un angolo con tre pietre per il fuoco, un vaso di coccio, uno sgabellino, uno spazio  risicato dove dormono per terra i due piccoli della famiglia; il flash della macchina fotografica mi permette di vedere la camera dei genitori: c’è uno strato di canne che ricopre il terreno, una zanzariera e alcuni stracci/vestiti appesi ai paletti di sostegno del tetto. Sembra quasi la descrizione di una capanna preistorica ! … ma purtroppo è una realtà non rara nel Burundi del 2017. 

La luce e l’acqua non rientrano nemmeno nei sogni! Mi viene chiesto, se possibile, un aiuto per la ricostruzione.Sorride felice la mamma nel ricevere in regalo un po’ di riso e un pezzo di sapone (preziosissimo)! C’è un piccolo campo vicino, dove anche i banani lottano con una terra poco fertile e faticano a crescere.Questa è la casa di Alina, una bimba che fa tre chilometri a piedi ogni giorno per venire alla Scuola Materna “Arc-en- ciel” di Busiga e altri tre per tornare. L‘ accompagna la mamma o il fratello più grande.

È tempo di fame!

Non è sufficiente il cibo coltivato nel piccolo campo di proprietà per chi ancora ce l’ha. Tutta la piana, dove c’è l’acqua, per imposizione del governo, è coltivata a riso  in modo da soddisfare l’accordo scellerato fatto con la Cina, che prende il prodotto e lo esporta, derubando di fatto il terreno per la coltivazione di manioca e fagioli, base dell’alimentazione burundese. Tra l’altro questo sta provocando un aumento esponenziale della malaria che spesso porta alla morte chi ne è colpito: pochissimi hanno i mezzi per le cure adeguate. Sempre maggiore è il numero delle persone che bussano alla porta del noviziato, dove noi volontari siamo ospitati, a mendicare un aiuto: pane, denaro, la possibilità di avere una visita medica, il pagamento della tassa scolastica per continuare gli studi, un quaderno,  dei vestiti … un paio di scarpe! Ci sentiamo impotenti. Non siamo in grado di aiutare tutti e il dover “scegliere” tra loro è devastante. Cosa dire ad una donna anziana che ormai ha visto di tutto, ha respirato la paura, il dolore e non ha nemmeno la forza di sperare in un domani? Ti guarda e basta. E tu non sai cosa fare, non reggi il suo sguardo e vorresti scomparire. Un giorno arriva anche Clovis; non dimostra i suoi dieci anni; ha grandi occhi pieni di sconcerto, un sorriso stentato, una grossa pancia gonfia solo di tanta fame. Lui è uno dei tanti bimbi costretti ad uscire dall’orfanotrofio al raggiungimento del settimo anno di età (altra imposizione del governo). Gli faccio dare del riso con i fagioli. Fa fatica a mangiarlo; lentamente arriva fino in fondo e ripulisce il piatto. Ho paura che dopo stia male; spero non faccia un’indigestione. Come lui altri bimbi vivono nella stessa situazione. La tristezza dei loro occhi sconvolge! Per fortuna ad altri va meglio. La famiglia dove sono inseriti riesce a dare loro il necessario. Mussa è alto e magrissimo, Jules  allegro e monello.  Ci conosciamo bene: erano ospiti all’orfanotrofio fino a all’anno scorso.  Il loro sorriso quando mi vedono, il loro caloroso abbraccio riporta un raggio di sole e una gioia immensa. È il più bel regalo che abbia mai ricevuto per il mio compleanno. Non lo cambierei con null’altro al mondo.

La situazione in generale è così pesante che anche la direttrice della scuola primaria chiede di utilizzare il denaro offerto dalla scuola di Brentonico per “difendere” con delle robuste inferriate le scorte del magazzino con le riserve di manioca, riso e fagioli, donati da un’organizzazione umanitaria. Hanno già tentato di rubare tutto e molti alunni frequentano le lezioni per poter avere almeno un pasto a mezzogiorno. Le presenze diminuirebbero drasticamente se questo venisse a mancare. Già molti hanno abbandonato la scuola per malattia o per indigenza.Non si possono fare chilometri e chilometri a piedi ogni giorno con la pancia vuota!

È  tempo di paura!

Siamo a Ngozi, capoluogo di provincia della nostra zona. Ci andiamo per comperare le tessere telefoniche locali. Devi fornire i documenti per la “schedatura”. Ti fanno anche una fotografia! Anche un cellulare è considerato un’arma!? Aldo ha bisogno di comperare del materiale in un negozio che si affaccia sulla strada principale. Ci sono molti militari armati in giro. Uno ci fa segno che non possiamo fermarci davanti al negozio. Ci spostiamo, ma anche più avanti non va bene. Ci fa arretrare per una quarantina di metri in una strada laterale. Rimane di guardia. Non possiamo muoverci. Nel giro di pochi minuti la strada principale si fa deserta. Attendiamo tre quarti d’ora. Poi passa il presidente con la sua scorta … e  piano piano il traffico riprende. Nessuno parla, osa esprimere qualche obiezione. Le sparizioni, le uccisioni sono troppo recenti e all’ordine del giorno per qualche tentativo di protesta. Non si osa ascoltare nemmeno una radio non allineata per paura che qualcuno senta o faccia la spia. Anche da noi, a Busiga, pur lontani dai grossi centri, c’è un controllo a tappeto. Ce ne rendiamo conto quando un giorno ci inoltriamo nella campagna, tra i bananeti, per andare a trovare una famiglia che ha perso il padre, solo quarantaseienne, di recente. Sono rimasti sei orfani. Al ritorno incontriamo una squadra di ragazzi sui 18/20 anni, che inquadrati percorrono il viottolo correndo e cantando. Sono para militari, assoldati per fare il lavoro “sporco” di controllo, di sequestro, e chissà cos’altro! Come si sentiranno? Di sicuro la gente li teme. Ieri è stata una giornata di trasferta. Abbiamo fatto visita al nuovo sindaco di Muyinga, la città gemellata con il nostro comune di Brentonico, che ha insistito perché andassimo a vedere il nuovo stadio, costruito con la collaborazione di tutti (a suo dire). A noi non interessa , ma alla fine ci portano là, a vedere questa moderna struttura con il campo verde di erba sintetica, le gradinate e i palchi d’onore. Tutto è ordinato, tutto è pulito. Sono esterrefatta. Con la miseria imperante della gente, come si può pensare ad uno stadio!?

Visitiamo poi la scuola di Kivoga, gemellata con la nostra di Brentonico. L’accoglienza mi sembra quest’anno sotto tono con solo pochi canti e danze. I tamburisti, questa volta non ci sono. Anche le loro manifestazioni sono state proibite. È stato imposto che non più di quattro persone si possano riunire … oltre questo numero è  considerato assembramento con conseguente arresto! Consegno i soldi per la scuola alla direttrice. Poi scappo a vedere la scuola elementare vicina … una cosa pazzesca! Un’aula buia con delle piccole finestre con i vetri rotti e una porta che dà sul piazzale che non arriva a coprire tutto il vano. Il tetto è di lamiera ma si vedono parecchi buchi che lasciano passare il sole e l’aria, ma anche la pioggia che in questo periodo è giornaliera. Il pavimento è costituito  da dei pezzi di mattone  piantati nella terra, proprio perché non si cammini nel fango. Un ammasso di banchi (quelli più vecchi e rotti accatastati in fondo alla stanza) con una marea di bimbi stretti stretti a tre a tre in ogni  banco da due ! Altro che stadio! Cosa fa il governo per i suoi ragazzi? Come prepara il loro futuro? Vorrei urlare, prendere il sindaco e farlo sedere in uno di quei banchi, ma la prudenza impone il silenzio. Noi siamo tollerati ma … penso solo fino a quando facciamo loro comodo. Di fatto la presenza dello straniero permette al governo di dire al mondo: “Vedete, gli stranieri possono venire, non succede niente, i giornalisti mentono solo per screditarci.” Mi rifiuto di fare il discorso di circostanza come rappresentante della scuola. Al mio posto dice due parole Rosanna. Ci sarà un futuro per questa gente, per questi bambini? Eppure c’è ancora chi è capace di sorridere, i bambini più piccoli se non altro, innocenti ed ignari della realtà!  Forse loro un giorno avranno la forza di effettuare un cambiamento, di riprendersi la vita e la dignità che loro spetta. Mi chiedo: “Cosa ho fatto per meritare di essere nata in Italia e non qui? Cosa farei se la realtà fosse diversa? E soprattutto come posso restituire questa fortuna immeritata?” Credo che tutti noi ce lo dobbiamo chiedere. Dobbiamo essere coscienti di essere in debito verso queste persone, questa gente sofferente… soprattutto verso questi bimbi, che ancora hanno il coraggio di sorridere.

Quale sarà il loro futuro? Ne avranno mai uno degno di tale nome?  Forse questo dipende anche da noi!

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Francesca Elicio
Determinata, testarda, curiosa e inarrestabile. Con energia da vendere e una voglia di imparare e dare sempre il massimo. Questa sono io in pochi aggettivi. Mi chiamo Francesca, ho 22 anni e sono laureata in scienze della comunicazione. Non mi arrendo quasi mai e cerco di cogliere ogni tipo di opportunità mi capiti. Della mia vita ho già deciso quando avevo 3 anni; anno dopo anno, ho capito sempre più che io senza giornalismo e scrittura sarei come Romeo senza la sua Giulietta, oppure come una giornata senza sole, o come il pane senza la nutella. Ho iniziato a scrivere a 16 anni quando annunciai per prima in Italia l'omicidio di un commerciante del paese. A 20 anni mi sono iscritta all’ordine dei giornalisti. E nel frattempo non faccio altro che studiare e specializzarmi, chissà che non riesca a vincere il Pulitzer un giorno. Idoli? Bhe, il mio mito fra tutti è Emiliano Fittipaldi. Sogni nel cassetto? Lavorare insieme a lui, e perché no, superarlo anche. Vi ho detto anche che sono sognatrice?

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