Lettera all’Italia, il Paese che abbandona i suoi figli

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Cara Italia,
ti scrivo questa lettera perché so che in fondo mi capirai e soprattutto la penserai come me. Io sono uno dei tuoi tanti figli, una di quelli che ti ama più di tutti. Sei bellissima, fatta di luoghi meravigliosi, di posti fantastici, di cibo prelibato e di tanti figli che come me non riescono ad immaginarsi il proprio futuro senza la tua presenza.

E allora perché ci fai questo? Perché non decidi di reagire ai tanti proci che vengono, abusano di te e ti abbandonano? Sì, ti usano come una prostituta lasciandoti poi le piaghe aperte e i dolori incolmabili. Perché purtroppo, cara mamma Italia, non tutti sono innamorati di te. La tua eccessiva bontà ha fatto in modo che tanta gente si approfittasse per colmare il proprio ego e la propria vanità. Hanno sfruttato posti, situazioni per il proprio egoismo non pensando ai fratelli. E tu li hai lasciati fare. Perché tutto questo? Perché ci hai abbandonati?

Solo ieri abbiamo festeggiato la Liberazione: un giorno bellissimo e memorabile, dove si ricordano i tanti TUOI figli morti in TUO onore; anni e anni per conquistare quella libertà che ad oggi è scomparsa. Non è un regime politico a decidere se siamo o meno liberi, perché in effetti noi non lo siamo. Siamo continuamente schiavi di logiche opportuniste, di vuoti incolmabili che ti hanno reso sempre più un Paese che, ad immaginarlo, appare con le pezze rattoppate. Un Paese stanco e affannato, ma incapace di rispondere. Un Paese che nonostante tutto fa finta di interessarsi a noi, ma che in realtà se ne frega alla grande. Italia, quanti tuoi figli sono scappati via da te? E quanti altri invece non hanno intenzione più di ritornare? Ti odiano, sebbene tu abbia dato loro la vita. Ma non li biasimo, anzi li capisco e do loro ragione. Sì perché se una mamma non cura i suoi bambini ha tutto il diritto di essere odiata.

Dov’eri quando avevano disperatamente bisogno di essere capiti da te? Di essere valorizzati per quello che erano e non per i soldi o per l’influenza nazionale che esercitavano? Dov’eri quando si sono ridotti alla fame, alla miseria e alle continue umiliazioni pur di non abbandonarti? Eri lì, vedevi ma non agivi. Hai permesso a gente incompetente di governarti, per accrescere solo il loro egoismo. Hai permesso che migliaia di geni andassero via solo perché non hai saputo trattenerli. Non hai battuto ciglio, anzi. Adesso non mi sorprendo neanche più che la gente si rifiuti di studiare qui. Fanno bene, hanno bisogno di crearsi una strada concreta e non di vivere in senno all’incerto che, per cortesia, sarà bello ed affascinante quanto vuoi, ma arrivati ad un certo punto stanca.

Io mi trovo ad un bivio: provo ad immaginare il mio domani senza te. Chiudo gli occhi e sento il vento fresco delle belle giornate primaverili. Li riapro e rivedo il bel sole cocente, il mare azzurro e limpido, vedo tanto verde, un clima davvero mite. Penso a tutta l’arte e cultura che non raggiungerà mai nessun altro Stato. Perché in ogni strada, in ogni vicolo c’è qualcosa da raccontare. Vedo tanta storia, tante morfologie diverse di paesaggi unite tra loro da una semplice strada piccola. Vedo la pizza, vedo la pasta. Vedo le tradizioni, vedo la bella gente. Ma poi razionalizzo e vedo il mio futuro: e forse esagero nel dire che sarò all’angolo di una strada a racimolare soldi, ma comunque so che sarò una precaria, una che getterà all’aria i propri soldi, le proprie competenze, i propri studi e soprattutto i propri sogni per accontentarsi di ciò che capiterà. Ma io cara mamma ho un brutto carattere: non mi accontento mai. E sono pronta a lottare seppur in senno allo sconforto più totale. Sì perché so già che sarò costretta ad andare via per realizzare i miei sogni e poi tornare se casomai le cose cambieranno. E non è vero che chi è capace resta: sono tutte stronzate raccontate da chi ha bisogno di giustificare questa situazione da schifo. Resta chi ha le raccomandazioni (e nonostante ciò ci dichiariamo ancora un paese LIBERO), resta chi si trova al momento giusto nel posto giusto, resta chi ha la fortuna di incontrare gente che crede in loro. Ma se gli altri non hanno la stessa fortuna? Che si fa? Perché solo pochi di coloro che ce l’hanno fatta hanno veramente talento. Gli altri sono frutto di incontri fortuiti. E quindi, dopo tutto ciò, possiamo ancora dire che l’Italia è il paese della cultura? Beh, allora se la cultura è questa preferisco restare nella mia beata ignoranza. Io mi dichiaro felicemente una ragazza dalla condizione umile, che non conosce nessuno, ma che si ammazza di fatica ogni giorno per fare quello che più desidera. Ti scrivo questa lettera mentre sono in treno, mentre mi faccio ore di viaggio per recarmi in Università e vedermi negato il mio diritto allo studio, alla formazione. Perché tanto qui da te ognuno fa sempre ciò che vuole.  Io sono felice di faticare, perché così mi sento più soddisfatta e realizzata. Ma non riesco a tollerare che molti ragazzi come me e forse anche più in gamba restino nell’anonimato perché tanto chi sarà adulato sarà sempre e solo il deficiente di turno capace di attirare le masse senza nessuna particolare abilità. Davvero tu vuoi questo? Crescere un popolo ignorante, incapace di comprendere dove inizia la competenza e finisce il gioco? Credo che se tu lo voglia c’è ancora speranza di cambiare le cose.

Ti ho parlato prima dei miei sogni. Ma tu sai davvero quali sono? Io voglio fare la giornalista. No, non quella di cronachetta che sei abituata a vedere. Quella giornalista che fa davvero cronaca e denuncia. Ma mi spieghi come posso essere tranquilla del mio futuro? In un Paese dove la stampa è solo assoggettata a voleri politici, dove non c’è quasi più quella libertà di denunciare, parlare e raccontare. Come posso formarmi in un Paese dove si scende poco sul campo, dove non si fa esperienza perché nessuna testata ti vuole tra i piedi? E la cosa peggiore è che neanche loro possono. Una categoria, quella dei giornalisti, che deve mandare avanti una famiglia con quattro spiccioli, che non è libera da nulla perché vive di tante privazioni (altrimenti puoi benissimo chiudere baracca) e si trova costretta a svolgere altri mestieri e abbandonare i propri sogni. In un Paese dove mi sono sempre sentita dire “cambia finché sei in tempo”. Ma come puoi permettere che i molti ti deturpino e cancellino insieme a quanto di bello c’è in te? Eh Italia, me lo spieghi come posso io non essere invidiosa della situazione e della formazione che c’è all’estero? Ti giuro, io non voglio andare via. Ma non vedo alternativa né per me né per quelli come me. Io e tanti altri non vogliamo finire a svolgere mansioni di ripiego. Vogliamo semplicemente lavorare tanto per ciò in cui crediamo. Ma è possibile che non possiamo neanche lavorare duramente? Ormai non ci è concesso più nulla. E così come me, anche i futuri avvocati che vorranno cambiare il mondo, i futuri ricercatori che vorranno eliminare ogni tipo di problema, i futuri insegnanti che sognano di non essere precari.

Perché sei arrivata a tanto? Forse hai ragione, è anche colpa nostra. Ma ti prego, ti supplico: fa in modo che le tue bellezze rischiarino le menti dei molti. Ulisse riuscì a cacciare i proci e a riprendersi ciò che era suo. Sono certa che anche con il nostro aiuto ce la farai. Ma perché non tutti la pensano così? Perché dopo tanto sconforto non c’è un barlume di speranza?

Io la speranza non la perdo, perché non voglio perdere i tuoi profumi, i tuoi paesaggi, i tuoi cibi, le tue bellezze. Non voglio perdere quella bellissima sensazione di sentirti sempre al posto giusto. Non voglio perdere te. E scendo in prima linea per darti una mano. Che dici, te la senti di ricoprirti dei tuoi abiti più belli e di combattere insieme?

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Francesca Elicio
Determinata, testarda, curiosa e inarrestabile. Con energia da vendere e una voglia di imparare e dare sempre il massimo. Questa sono io in pochi aggettivi. Mi chiamo Francesca, ho 22 anni e sono laureata in scienze della comunicazione. Non mi arrendo quasi mai e cerco di cogliere ogni tipo di opportunità mi capiti. Della mia vita ho già deciso quando avevo 3 anni; anno dopo anno, ho capito sempre più che io senza giornalismo e scrittura sarei come Romeo senza la sua Giulietta, oppure come una giornata senza sole, o come il pane senza la nutella. Ho iniziato a scrivere a 16 anni quando annunciai per prima in Italia l'omicidio di un commerciante del paese. A 20 anni mi sono iscritta all’ordine dei giornalisti. E nel frattempo non faccio altro che studiare e specializzarmi, chissà che non riesca a vincere il Pulitzer un giorno. Idoli? Bhe, il mio mito fra tutti è Emiliano Fittipaldi. Sogni nel cassetto? Lavorare insieme a lui, e perché no, superarlo anche. Vi ho detto anche che sono sognatrice?

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