La ricetta per la felicità – parola all’esperto

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La felicità. Forse è il luogo comune più famoso al mondo ma al quale non sappiamo dare una definizione. E si tratta di un argomento così ampio, che a confronto l’intero sistema solare sembra una briciola di pane. Di cosa parliamo se parliamo di felicità? Di qualcosa di astratto o concreto? Quando ci possiamo davvero definire felici? E soprattutto, la felicità esiste?

Per molti la felicità è un attimo, un momento fugace che porta alla massima esposizione tutti i nostri sentimenti positivi, eccitando in toto il corpo e facendoci sentire in un’altra dimensione. Quella dimensione lontana dall’immaginario collettivo, fatto di dolori, tristezze o neutralità. Se dovessi trovare una metafora, definirei la felicità come una tempesta. Appare velocemente e scompare altrettanto veloce, lasciandoti fracido e senza parole. Ma si sa, le tempeste durano sempre troppo poco. E dopo arriva il sole nuovamente e ti fa procedere verso la tua esistenza così aspettata e prevedibile. Fare della propria vita una tempesta è praticamente impossibile: come si può essere per sempre felici? Questo vorrebbe dire alterare la realtà, facendoci vivere in un mondo non nostro, ma realizzato a nostra immagine e desiderio. E a quel punto, non si riconoscerebbe neanche più la felicità, che diverrebbe quotidianità.

Perché allora continuare a ricercare questo stato dell’essere che spesso e volentieri è confuso con serenità? Se le tempeste arrivano all’improvviso, non dovrebbe valere la stessa cosa per la felicità? Soprattutto, perché manca sempre meno il contatto con l’altro uomo che ha l’unico fine di cercare la felicità preferendo cose immateriali?

Abbiamo ascoltato Francesco Bellino, professore ordinario di bioetica e filosofia morale presso l’università degli studi di Bari Aldo Moro.

L’interrogativo di partenza è uno: oggi l’uomo tende a sfuggire sempre dalla relazione con il simile per ricorrere a terzi, che spesso sono materiali e lontani da quella che è la natura umana, come ad esempio l’arte o la musica. Come è possibile?

“Una problematica interessante. Mi sembra che stiamo vivendo in una società che sta spersonalizzando i rapporti umani e soprattutto i rapporti reali. I rapporti a distanza non hanno la fisicità dei rapporti umani. Ci stiamo abituando a qualcosa di immateriale, di una realtà che non si tocca, non si vede, non si avvertono gli odori. Ci attacchiamo al neutro; un esempio sono il computer, la macchina, le diete, la corsa. Credo che queste relazioni siano importanti, ma non sono reali. E noi abbiamo bisogno di realtà. Non ha senso stare dieci ora a parlare a distanza senza poi soffermarci a guardare in faccia le persone. La felicità di cui stiamo parlando è una felicità online, una felicità ab extra. Come sta accadendo per altri settori è qualcosa che viene da fuori e non da dentro. E la si può definire felicità questa qui? Come ci insegna Aristotele, la felicità è il fine a cui tende ogni uomo. Quando siamo felici, non abbiamo bisogno di altro; invece non riusciamo mai ad essere completi, sentiamo sempre un vuoto e una frustrazione che nasce dal fatto di non fare mai abbastanza. E questo non è un mondo felice.”

Ma secondo Lei c’è la possibilità di tornare indietro?

“Indubbiamente. Bisogna avere il coraggio di capire il limite di qualcosa. Questo è la base della vita, della morale e della felicità. Questa tele-realtà, che è immaginaria e immateriale, poi finisce. Dobbiamo far riacquistare maggiore fisicità alla vita. Credo però che stiamo tornando indietro e ciò che uniforma tutti quanti è l’esperienza del dolore. Noi lo avvertiamo sempre più fisicamente il bisogno dell’appartenenza e soprattutto delle relazioni; e questo accade anche nei giovani. Man mano che sono feriti da sofferenze, frustrazioni e delusioni, anche loro si rendono conto. Non si tratta quindi di un processo irreversibile. Viviamo la differenza tra immagine e realtà, ma arriva il momento in cui si guarda in faccia la realtà. E quando accade? Quando non c’è lavoro, quando non si può mangiare, quando sono ammalato. Questo è un mondo che sta trattando malissimo i giovani, ma non vedo nessun tipo di reazione. Vedo da un lato un modo immaginario, dall’altra parte le droghe e l’alcol ed è a questo punto che il giovane vive una vita non reale in un mondo che lo emargina.”

Ripristinare la cultura del dolore per creare un nuovo legame con l’uomo. C’è chi cerca però conforto in altro. Come si può fare per tornare indietro?

“Il problema della nostra civiltà è la libertà, quella di cui abbiamo paura. E la riempiamo o di ricerca di autoritarismo, o col conformismo, o con la violenza o con le ludopatie. Il gioco ad esempio è diventato diffuso: ci si rifugia in questo mondo a sé ed è chiaro che ciò può essere una risposta al dolore. Ma tutto questo non può durare. Prima o poi la realtà ha il primato: non è un destino fatale. Il simbolo dell’uomo contemporaneo è Don Chisciotte che scambia realtà con mondo immaginario. Quando i condizionamenti hanno superato questo livello ci può non essere ritorno, ed infatti le vittime ci sono. Ma ci sono momenti che possono far prendere all’uomo coscienza della realtà. Non si tratta di un destino irreversibile. C’è bisogno di una struttura che aiuti a riflettere e questo luogo dovrebbe essere la scuola. Solo la filosofia e la riflessione possono aiutarci a prendere cosciente della realtà, perché il pensiero sta morendo. La cultura è un momento critico che deve far riflettere, così ad esempio come la comunicazione e i giornali. Proviamo a produrre una scossa di pensiero; perché quando c’è questo, c’è automaticamente la realtà.”

 

 

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Francesca Elicio
Determinata, testarda, curiosa e inarrestabile. Con energia da vendere e una voglia di imparare e dare sempre il massimo. Questa sono io in pochi aggettivi. Mi chiamo Francesca, ho 22 anni e sono laureata in scienze della comunicazione. Non mi arrendo quasi mai e cerco di cogliere ogni tipo di opportunità mi capiti. Della mia vita ho già deciso quando avevo 3 anni; anno dopo anno, ho capito sempre più che io senza giornalismo e scrittura sarei come Romeo senza la sua Giulietta, oppure come una giornata senza sole, o come il pane senza la nutella. Ho iniziato a scrivere a 16 anni quando annunciai per prima in Italia l'omicidio di un commerciante del paese. A 20 anni mi sono iscritta all’ordine dei giornalisti. E nel frattempo non faccio altro che studiare e specializzarmi, chissà che non riesca a vincere il Pulitzer un giorno. Idoli? Bhe, il mio mito fra tutti è Emiliano Fittipaldi. Sogni nel cassetto? Lavorare insieme a lui, e perché no, superarlo anche. Vi ho detto anche che sono sognatrice?

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