Io così simile a te

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Un’altra giornata sta per finire. Mi verso il caffè nella tazzina, accendo la tv. Sono in ritardo per l’appuntamento, ma sono così stanca che gli altri capiranno. Cambio canale, adoro fare zapping. Ma non vedo altro che panoramiche di Londra. Che cosa sta succedendo? Morti e feriti dappertutto. Ci metto poco per capire che si tratta di un nuovo attacco terroristico. Il sangue mi gela le vene; intorno a me calano le tenebre. “Non ci voleva”, penso. Sì, perché so che adesso a patire questo attacco saremo noi. E per “noi”, parlo di noi diversi. Anzi, quelli che voi chiamate diversi. Abbasso lo sguardo, osservo il colore delle mie mani: un colore che per me è la fine di ogni speranza di vita normale. Sì, perché non sono bianca e non sono neanche nera. Sono dello stesso colore di quelle persone che voi chiamate attentatori. Ho una madre che indossa il velo e un padre che ha la barba nera e folta. Ma non siamo attentatori. Nessuna delle persone che conosco con il velo e con la barba lo è. Decido di non uscire di casa. Oggi sarebbe più opportuno così. Non sarei libera di vivere: se rido, penseranno che sono felice di quello che il mio popolo ha combinato; se non rido, chissà cosa sto tramando insieme alla mia gente. È sempre così alla fine di ogni attentato terroristico: automaticamente ci trasformiamo in assassini quotati. Ma come fai a spiegare alla gente che non è un colore della pelle a definire la natura di un individuo? Come si fa a rompere un pregiudizio? Come fai a raccontare a chiunque incontri che tu stessa sei la prima vittima di quanto accade in giro? E non si tratta di solite frasi fatte, non servono a nulla le battaglie per annullare la teoria del diverso. Io sono diversa. E non lo sento io, me lo fate sentire voi. Me lo fate sentire ogni volta che mi incrociate e automaticamente fate finta di aver sbagliato strada, scansandomi neanche fossi appestata. Lo fate ogni volta che sono in aereoporto e sono in attesa del mio volo con una marea di pacchi e bagagli. E vi guardate con fare sospettoso, cercando la prima guardia libera alla quale vi accollerete perché chissà che cosa nascondo in quei pacchi. Lì dentro c’è la mia vita, lì ci sono gli affetti. Tutti quegli affetti che ho strappato al mio paese, il Marocco, quando sono dovuta scappare via dopo un attentato a Marrakech. Era il 2011 e qualcuno inserì una bomba in un bar. Ma voi questo non potete ricordarlo. Non è colpa vostra, lo so. Voi non potete sapere. Perché si parla sempre e solo di attacchi all’occidente, credendo che tutto il resto del mondo sia complice. Invece no. Non sapete sicuramente che il Marocco è il primo paese colpito da tutto ciò. Ignorate che ogni giorno muoiono centinaia di persone innocenti. So che questa cosa vi sorprende, eppure è così: il mulatto uccide il mulatto. Non sapete che anche da noi esiste il terrore di uscire di casa, che ogni giorno si scappa per disperazione, per una vita migliore. E che tutti gli jihadisti uniti in nome di Allah non sono solo marocchini, o iracheni o siriani. E ho provato ad essere diversa, in tanti modi diversi. Ho provato a togliere il velo, ad indossare leggins e anche un piercing. Ho provato a truccarmi, a parlare usando le espressioni tipicamente italiane. Ho anche evitato di pregare in pubblico, ma di farlo nel privato. Ma nonostante tutto questo, non è cambiato nulla. C’è una cosa che non posso evitare: modificare il mio colore di pelle. Per quanto possa essere impeccabile, quello è il mio punto debole. Alla gente non interessa chi sei o cosa fai: appena ti vede ha subito premura nel chiedere da dove provieni. La delinquenza, secondo loro, non è mai bianca. Chi siete voi per giudicare? Cosa ne sapete voi della religione, del Corano? Cosa sapete di questa banda di terroristi? Chi ve lo dice che operano in nome di Allah? Salah Abdeslam, attentatore di Parigi: precedenti di spaccio, rapina a mano armata e conoscitore di night club. Secondo voi il nostro Dio vuole questo? No, perché si tratta dello stesso vostro Dio. E allora perché continuate ad attribuire colpe a questioni di cui non siete a conoscenza? Per la cronaca, qualche giorno fa mi sono punta ad una mano. Mi è uscito del sangue rosso. Se non erro, credo che questa cosa ci renda molto più simili di quanto voi possiate pensare.

 

Questa testimonianza è liberamente ispirata ad una chiacchierata con una ragazza marocchina. Per una volta ho provato a fare ciò che ognuno di noi dovrebbe fare: leggere gli occhi altrui e scavarci dentro la sua storia, la sua sofferenza. Scavarci dentro la verità, abbandonando per qualche istante la nostra. Che poi, cosa è la nostra verità? Ogni anno, secondo le statistiche riportate, a pagare di più l’attacco terroristico sono i paesi arabi: solo lo scorso anno furono incarcerati 52 marocchini e indagati oltre 100. Responsabili di seminare odio e terrore. Un simile attacco vissuto nella moschea di Timbuktu: la distruzione della propria storia. Ciò che facciamo fatica a capire è che un simile attacco va ricercato non tanto nella religione, quanto piuttosto nella povertà e nella disperazione. Ogni anno viene reclutata, in questo fantomatico esercito, una miriade di bambini e giovani mandati dalle proprie famiglie perché in cambio c’è la promessa di denaro e di un futuro migliore. Un futuro migliore che quasi sempre coincide con il farsi esplodere in aria. Ma questo loro non lo possono sapere. Questo non possiamo saperlo neanche noi, se ogni qual volta incontriamo qualcuno di diverso lo etichettiamo come probabile attentatore. Questa nel mondo è una guerra di interessi, di fanatismo, di odio contro chi è più ricco di noi. Una sorta di guerra tra disperati. Secondo il blogger Soufiane Malouni, partendo da alcuni studi sui testi, la Bibbia conterrebbe almeno il doppio di riferimenti alla violenza rispetto al Corano. Le moschee sono i primi luoghi colpiti, non i loro covi principali. E mentre noi qui ne parliamo, nelle altre parti del mondo qualche agente di polizia sta arrestando almeno una decina di terroristi.

Anche l’Occidente contiene al suo interno una serie di mine vaganti. E perché allora a noi vengono perdonate queste pecche e a loro no? Perché noi siamo accurati nel prendere le distanze da gente sociopatica e schizofrenica mentre loro “sono tutti uguali”?

E per la cronaca: 8 giugno 2016. Un italiano arrestato dalla polizia marocchina per attacchi terroristici. Un ITALIANO arrestato per ATTACCHI TERRORISTICI. Stridono insieme queste parole, vero? Ma questa è tutta un’altra storia.

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Francesca Elicio
Determinata, testarda, curiosa e inarrestabile. Con energia da vendere e una voglia di imparare e dare sempre il massimo. Questa sono io in pochi aggettivi. Mi chiamo Francesca, ho 22 anni e sono laureata in scienze della comunicazione. Non mi arrendo quasi mai e cerco di cogliere ogni tipo di opportunità mi capiti. Della mia vita ho già deciso quando avevo 3 anni; anno dopo anno, ho capito sempre più che io senza giornalismo e scrittura sarei come Romeo senza la sua Giulietta, oppure come una giornata senza sole, o come il pane senza la nutella. Ho iniziato a scrivere a 16 anni quando annunciai per prima in Italia l'omicidio di un commerciante del paese. A 20 anni mi sono iscritta all’ordine dei giornalisti. E nel frattempo non faccio altro che studiare e specializzarmi, chissà che non riesca a vincere il Pulitzer un giorno. Idoli? Bhe, il mio mito fra tutti è Emiliano Fittipaldi. Sogni nel cassetto? Lavorare insieme a lui, e perché no, superarlo anche. Vi ho detto anche che sono sognatrice?

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