Il mistero e il fascino delle “popolazioni mai contattate”

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Quando oggi parliamo di “contatti” e di “contattare qualcuno”, inevitabilmente pensiamo a Facebook, WhatsApp, Instagram e altre decine di applicazioni che intasano quotidianamente la memoria dei nostri supertecnologici smartphone.
Ebbene, le “popolazioni mai contattate” non sono evidentemente gruppi di persone che hanno poca voglia di entrare nell’intricato mondo dei social network; queste aggregazioni di individui sono tribù che vivono in un mondo tutto loro, che non hanno voglia di avere a che fare con il progresso, la società odierna e lo sviluppo scientifico, culturale, industriale. 

Solo qualche settimana fa ritenevo assolutamente incredibile la storia di una bimba di 8 anni ritrovata nella giungla indiana, nella regione dell’Uttar Pradesh, ed infatti poi quella faccenda si rivelò pompata dai media europei (la bambina era stata abbandonata dai genitori lì a causa di problemi fisico-psicologici “solo” a poche ore dal ritrovamento). Sono rimasto quindi incredibilmente sgomento ed affascinato nell’imbattermi in queste tribù che vivono letteralmente allo stato brado.
Secondo Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, esisterebbero almeno cento tribù mai contattate dislocate tra l’America Settentrionale e quella latina, l’Asia e l’Oceania (curiosa in tal senso la mancanza dell’Africa). Parliamo di popolazioni fragili, consce della presenza di una civiltà più evoluta, ma tremendamente vulnerabili a malattie come il morbillo, la varicella, la febbre e l’influenza, data l’assenza di difese immunitarie nei loro corpi. Pensate: negli anni ’70 il missionario americano Rolf Fostervold organizzò una spedizione in Paraguay per andare alla scoperta della tribù Aché, con la moglie e i suoi due figli. Nonostante agli Aché fu garantita assistenza medica dai missionari, nel solo contatto morirono 28 membri della popolazione indigena.

Per gli esperti queste popolazioni sono costantemente in fuga a causa dell’invasione delle proprie terre da parte di taglialegna, bracconieri, esploratori petroliferi e allevatori. Si crede che queste tribù siano entrate in contatto secoli fa con la società colonialista, e ciò che ne rimane tutt’oggi è quella frangia di popolazione scappata ad un atroce destino. Tra le più famose possiamo riscontrare i Sentinelesi, la tribù più isolata al mondo, la cui popolazione è stimata tra le 50 e le 400 unità. Vivono da 60mila anni nell’isola di North Sentinel, nell’arcipelago delle isole Andamane, e si nutrono di frutti e del pesce pescato lungo le coste della loro isola. Vivono in semplici capanne, e sono stati fotografati unicamente nel 2004, dopo il tragico tsunami che colpì la vastità di territori che circondano l’Oceano Indiano.

In tale circostanza i Sentinelesi furono immortalati mentre scagliavano frecce verso l’elicottero con archi assolutamente primitivi: percepirono la situazione come una grande fonte di pericolo.

Particolare è anche la storia dei Pintupi, considerati gli ultimi eredi degli aborigeni australiani, scoperti nel 1984 nel deserto del Gibson, una vastissima area arida nel centro dell’Australia, e quella dei Lacandòn, diretti discendenti dei Maya.
Questi ultimi sono sfuggiti al colonialismo spagnolo scappando nella Selva Lacandona, mantenendo la lingua maya e adorando gli stessi Dei dei loro avi. Tuttavia anche loro si sono lasciati ingolosire dal “misterioso” fascino del Dio denaro: dal 1970 infatti il governo messicano li paga per utilizzare il legname delle loro foreste. E loro sembrano gradire.

E’ l’America meridionale tuttavia che detiene il maggior numero di popolazioni tribali, anche a causa della sua morfologia, composta da ricche foreste pluviali che si ergono ad habitat ideale per tali aggregazioni.
Secondo il FUNAI, un’organizzazione ufficiale del governo brasiliano, solo in Brasile vi sono ben 77 ceppi indigeni; degni di nota però sono i colombiani Nukak, una popolazione nomade composta da poco più di trecento unità, da anni al centro di campagne promosse dalle Nazioni Unite per la loro protezione.
Nukak infatti, eccellenti cacciatori e raccoglitori, sono vittime incolpevoli della guerra civile colombiana che oppone guerriglieri di sinistra, paramilitari di destra ed esercito colombiano, tutto questo per il controllo del mercato della coca.

Mamma Nukak col proprio bambino

Disperata è anche la situazione degli Ayoreo in Paraguay: benché il governo riconosca i diritti fondamentali alle tribù primitive, il paese sudamericano è al centro di un vero e proprio disboscamento che mette a repentaglio la popolazione indigena, soprattutto a causa delle forti pressioni dei latifondisti che hanno bisogno di terreno per i loro allevamenti. In questo contesto Survival International sta sollecitando da tempo la Commissione Europea ad indagare sulla situazione e sulle importazioni di carne paraguaiana.
Il giro si chiude con gli Yanomami, popolazione venezuelana che conta 400 unità e vive in villaggi molto caratteristici, gli Shaboni: 

Shabono degli Yanomam

Da tempo il mondo occidentale cerca un contatto con le popolazioni mai contattate. Dietro questo nobile tentativo però, si celano troppo spesso delle violenze perpetrate ad un agglomerato di individui troppo debole per scappare o difendersi, e tutto questo solo per un ripugnante tornaconto personale. Ironia della sorte proprio grazie ad internet, status symbol della civiltà avanzata, ci è arrivata una bellissima testimonianza di uno dei rari contatti avvenuti tra il mondo sviluppato e quello dei primitivi, all’interno di un video che spopola su Youtube.

Nel video la popolazione Chitonawa appare spaventata e confusa, e rivela ad alcuni abitanti di Simpatia, un villaggio brasiliano, di essere costantemente vittima di soprusi e molestie da parte di persone di etnia bianca.
Per il resto si sa poco di queste tribù, tra storie vere, miti e leggende. Una grande mano sta arrivando da Nixiwaka Yawanawa, membro dell’omonima tribù amazzone abile nella produzione di cosmetici. Nixiwaka, che si fa chiamare più comunemente Joel, ha vissuto gli ultimi quattro anni a Londra, e sta dando una grande mano alle associazioni come Survival International ad approfondire alcuni aspetti della vita di queste tribù, anche se si oppone fermamente ai cosiddetti contatti controllati: 

“Non abbiamo guadagnato granché dai contatti con gli occidentali. a causa dell’influenza occidentale abbiamo quasi perso la nostra spiritualità, la nostra cultura, la nostra identità. E stiamo ancora combattendo gli effetti del materialismo, delle malattie, e della separazione.” 

La storia di queste tribù mi fa pensare a quanto siamo maldestri nel lamentarci nel momento in cui non abbiamo la connessione al cellulare o decidiamo di utilizzare l’automobile per fare trecento metri. E’ davvero considerabile “arretrata” gente che ha scelto di vivere in simbiosi con la natura, senza essere dipendente da strumenti che lobotomizzano il nostro cervello? C’è chi considera queste popolazioni inferiori e non si rende conto di essere schiavo di un mondo che sembra produrci in catene di montaggio.

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Damiano Cosimo Lorusso
Mi chiamo Damiano Lorusso, sono nato a Bari il 28 Gennaio 1992, e sono un laureando in Scienze della Comunicazione presso l'università degli studi di Bari "Aldo Moro", con una tesi riguardante il ruolo degli ultras nella società italiana contemporanea. Come potete dedurre le mie più grandi passioni sono lo sport e la scrittura, ed è per questo che ho sempre cercato di coniugare le due cose, dapprima collaborando con la testata online "Socialcalcionews.it", e poi con il periodico mensile digitale e cartaceo "NelMese", di proprietà della "Les Flâneurs Edizioni", come redattore di cronaca bianca per la provincia di Bari.

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