La forza di un sorriso- lettera al coraggio

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Cara mamma, fermati un attimo, ti devo parlare. Io non so se tu riuscirai mai a diventare nonna”. Ecco, spero di aver acchiappato la vostra attenzione con questo semplice rigo.

Mi sembra assurdo come ad oggi, il 24 marzo 2018, si debba ancora star a parlare di sessualità. E addirittura, mi sembra assurdo che io ci debba scrivere un articolo a riguardo.

Un po’ di tempo fa, è venuto a casa mia uno dei miei migliori amici, che forse a definirlo amico sarebbe una offesa. Sì, perché per me è praticamente un fratello, il sangue è diverso ma ciò che ci unisce va oltre tutto. Lui si chiama Arvidas e le origini della nostra amicizia risalgono ai tempi delle elementari, quando lui è arrivato in Italia direttamente dalla Bielorussia ed è stato adottato da una famiglia del mio paese. Io sono stata la sua prima amica e sì insomma, come avrete capito dall’intestazione dell’articolo, lui è omosessuale. Non che la cosa mi preoccupi o mi interessi, nel senso, dico io: cosa mi cambia? E sinceramente non ricordo mai che lui me lo abbia detto esplicitamente: insomma queste cose tra amici si capiscono e poi un’amicizia davvero può essere segnata da questo dettaglio ininfluente ai fini del rispetto reciproco?

Bene, continuo con il mio racconto. Un giorno Arvidas viene a casa e mi dice: “Fra, finalmente ho deciso di essere più coraggioso e di non aver paura di nulla. Ho solo bisogno del tuo aiuto”. Io in quel momento mi chiesi in che modo potessi aiutarlo, poi capisco: attraverso la mia penna. Certo, vi annuncio, questo non è uno dei soliti articoli dove si dicono le solite frasi “siamo tutti uguali”, “l’amore è solo uno”, che neanche nei Baci Perugina mettono più, tanto sono diventate banali e scontate. Io vi racconto della paura, della non accettazione, di quanto una cosa bella come l’amore possa diventare un incubo per chi vorrebbe viverlo apertamente ma non ha il coraggio di farlo. Non sono macabra, voglio solo puntare un faro su un aspetto poco tenuto in considerazione.
Vi annuncio già in anteprima: qualche tempo fa ho scritto riguardo una trans. Bene, quel pezzo non mi ha portato poche polemiche. Gente che si professava conoscitrice di un sapere supremo, come se i pensieri e le sensazioni di ognuno fossero contenuti in una enciclopedia. Io vi racconterò di Arvidas, un ragazzo come tanti altri, anzi no meglio di tanti altri, che ha paura e solo a 25 anni ha deciso di raccontarsi e di buttare via tutto il rospo nero che aveva dentro. “Sono stanco delle maschere, delle continue incertezze, di nascondermi. Voglio vivere il coraggio della libertà”. Da un paesino che non lo accettava qui al Sud Italia lui è scappato continuamente. Straniero, adottato ed omosessuale: cos’altro mancava per diventare lo scherno del popolino? Assolutamente nulla. E così, vittima di violenze verbali e psicologiche, un bel giorno, conscio del fatto che nessuno poteva davvero aiutarlo, neanche noi amici che eravamo diventati i suoi guardiani, scappa via. Biglietto sola andata. Un biglietto che dopo un periodo cambiava nuovamente e nuovamente, fino a non avere quasi una residenza fissa. Figlio del mondo, insomma. La cosa che fa più rabbia e che reputo incredibile è che qualcuno più forte nella tempra sia riuscito a vincere su di lui, lo abbia costretto ad abbandonare la famiglia, la sua casa, i suoi amici, le sue abitudini, lo abbia messo alle strette perché altrimenti poverino o scappava o si buttava sotto qualche treno tanto stava male. E quando dico qualcuno, non punto il dito direttamente a nessuno. Per qualcuno intendo il popolino, quello delle risatine, quello degli scherni, quello degli sguardi in incognito, quello degli approfittatori (sì perché anche nei piccoli paesi del sud Italia c’è gente che abusa di ragazzi fragili ed indifesi, e non fate tutti i moralisti perché gente così vi circola tra i piedi, la incontrate ogni giorno e la salutate con un sorriso a 32 denti. Magari sapete anche tutto, ma voi non credereste mai ad un omosessuale visionario quindi vi fa comodo così.)

Vi riporto uno stralcio di quanto mi ha detto Arvidas: “Da quando ho fatto coming out la mia vita è cambiata in positivo. Sto scoprendo l’amore, sto riscoprendo il mio corpo. Mi manca il coraggio, ma non voglio essere definito un vigliacco, non voglio continuare a scappare per proteggermi. Quando sto male mi fermo e mi ripeto che la vita è fatta di tante cose belle e devo solo cercare di essere più forte. La mia forza più grande se ci penso è il sorriso, non quella corazza che porto per non soffrire. Sono felice, ed è questo segreto che porto che mi rende felice”.

Il suo sogno più grande è quello di realizzare una campagna di sensibilizzazione al sud, di diventare punto di riferimento per chi è ancora alla scoperta di se stessi e del proprio corpo. “Io non sono un fake”, continua a ripetermi. “Io sono una persona che deve solo ascoltarsi di più, che ha bisogno di serenità e felicità, che ha scelto nella vita da che parte stare. La vita è fatta di scelte, o si è bianchi o si è neri. Ho fatto la mia scelta, quella giusta per me. Ora tutto è motivo di arricchimento personale, anche le battutine che sento. Non sono un ammalato, sono solo uno che ha avuto una educazione basata sul rispetto dell’altro. Non ti piace come sono? Bene, cambia strada. Non puoi etichettarmi come fai con un maglione, io ho un valore e non un prezzo. Se adesso sto parlando è solo perché voglio che altra gente che ha paura, leggendo questo articolo, esca allo scoperto e lotti insieme a me”.

Ovviamente vi riporto uno stralcio di conversazione. Perché se davvero volessi farvi sentire in colpa, vi racconterei tutti gli anni in cui lui è stato vittima di voi negligenti; vi racconterei di come a soli 10 anni combattevo contro tutti i bambini stupidi, colpa dei genitori e della non educazione ricevuta, per provarlo a difenderlo perché non sapeva ancora bene la lingua italiana; vi racconterei di tutti i pianti che ho visto, di tutte le cattiverie dette e di tutte le calunnie fatte. Vi racconterei di tutti coloro che ne hanno approfittato e ai quali non sono mai state date colpe. Vi racconterei di tutte le volte in cui a credere alle cattiverie subite eravamo io e un altro paio di amici, mentre tutto intorno lo reputava mitomane. Vi racconterei dei momenti in cui, stanco, scappava via da tutto e tu eri costretta a non sentirlo per diverso tempo, sempre pensando però a cosa stesse facendo. E no, invece vi voglio bene e vi risparmio questo racconto. Perché so già che la maggior parte di voi si sta facendo delle domande. Io vi do in anticipo la risposta: non è che se non offendete un omosessuale, siete dei perfetti cristiani. Eh no. Pensate a tutte le volte in cui li avete guardati in modo diverso, anche solo con compassione. Compassione di cosa? Non sono malati terminali. Loro amano semplicemente, come tutti noi amiamo. Da quand’è che abbiamo iniziato a preoccuparci di sapere cosa c’è dentro un vestito? E soprattutto, la mia domanda ultima: perché in Italia, e maggiormente al sud, troviamo ancora gente costretta a nascondersi come ai tempi del nazismo? “La storia insegna studiare gli errori e non commetterli mai più”, si dice. Beh, io credo di essermi ritrovata ai regimi dittatoriali. Anzi, di non essere mai uscita.

Il giorno in cui in tutto il mondo, a partire dal mio paese, non si preoccuperà più di guardare se all’interno di una casa ci sono 2 donne, 2 uomini o un uomo e una donna e ci si toglierà le vesti di una società patriarcale, allora potrò sentirmi finalmente soddisfatta e non dovrò più vergognarmi della società in cui vivo.

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Francesca Elicio
Determinata, testarda, curiosa e inarrestabile. Con energia da vendere e una voglia di imparare e dare sempre il massimo. Questa sono io in pochi aggettivi. Mi chiamo Francesca, ho 22 anni e sono laureata in scienze della comunicazione. Non mi arrendo quasi mai e cerco di cogliere ogni tipo di opportunità mi capiti. Della mia vita ho già deciso quando avevo 3 anni; anno dopo anno, ho capito sempre più che io senza giornalismo e scrittura sarei come Romeo senza la sua Giulietta, oppure come una giornata senza sole, o come il pane senza la nutella. Ho iniziato a scrivere a 16 anni quando annunciai per prima in Italia l'omicidio di un commerciante del paese. A 20 anni mi sono iscritta all’ordine dei giornalisti. E nel frattempo non faccio altro che studiare e specializzarmi, chissà che non riesca a vincere il Pulitzer un giorno. Idoli? Bhe, il mio mito fra tutti è Emiliano Fittipaldi. Sogni nel cassetto? Lavorare insieme a lui, e perché no, superarlo anche. Vi ho detto anche che sono sognatrice?

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