Social network: realtà apparente o apparenza reale?

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Fonte: Voci di Città

I social che rendono meno sociali. È questo il nocciolo della situazione: la socialità. Sono ormai anni che si legge di quanto possano essere dannosi questi strumenti, ma ormai il tutto sembra sempre più essere simile ad un precetto ecumenico che ad altro: un po’ come quando i bambini imparano l’Ave Maria e sanno che, ogni volta che entrano in chiesa e si trovano davanti alla statua della Madonna, devono recitarla dopo aver accuratamente fatto il segno di croce. E nulla si può altrimenti. «Non stare troppo tempo davanti al telefono, che fa male! I social network non sono veri posti di socializzazione! Sono posti pericolosi, loschi, che fanno solo del male» si sente spesso. Sì, ma intanto tutti li usiamo. E soprattutto ne abusiamo. Innanzitutto sfatiamo questo tabù. I social network sono una grande invenzione. Sì, perché pensate a tutti gli innamorati lontani che non hanno più bisogno di comunicare attraverso lettere e che in pochi secondi possono dire «mi manchi», senza aspettare settimane intere (chissà che la mancanza nel frattempo non fosse stata colmata da altra compagnia). Pensate a tutti quei genitori apprensivi, alle amicizie che sfidano la forza e il tempo. I social ci insegnano a cogliere l’attimo, ad incastonarlo in un apparecchio e viverlo in quell’esatto frangente, magari conservandolo come ricordo quando sarà ormai troppo distante.

Fonte: La Stampa

Ma vizio superbo dell’uomo è esattamente non capire mai niente di come utilizzare tutte le bellezze e le potenze che gli capitano tra le mani. E così i social sono diventati i nemici numero uno dell’incolumità umana: esempi di male utilizzo di essi ci hanno portato esattamente a suicidi, prostituzione, bullismo, ansia, stress, depressione. Un accurato servizio trasmesso dal Tg2 ha sottolineato un importante aspetto, che ci ha particolarmente colpito: gli studenti italiani sono i più stressati e, guarda caso, sono gli stessi che trascorrono molte ore sul web. Coincidenze? Non credo. Non siamo noi a dover dire che la troppa esposizione al web comporti danni soprattutto a livello psico-fisico. L’aspetto però più preoccupante e che vorremmo analizzare è la consapevolezza che il mondo stia producendo una sorta di caducità dell’essere umano. Un essere umano costantemente insicuro, costantemente solo. E la presenza di un “terzo” rappresenta la miglior cura a tutto ciò, molto più di un cane, molto più di un amico. Un telefono o un tablet che, in qualche modo e per qualche secondo, restituisca quel senso di onnipotenza che il mondo toglie. Nel momento in cui si pubblica un pensiero, tutta la rete è alle tue dipendenze, in senno a quello che dici e che pensi. E i like, che spesso arrivano anche da gente che non conosci, non fa che rendere il tutto ancora più magico e perfetto. Peccato però che nessuno riesca poi dal vivo a restituire al mondo i propri pensieri. Tutto resta sottaciuto, magari neanche salutiamo per strada i nostri sostenitori virtuali. E ci va bene così. Passiamo quei momenti di silenzio nell’attesa del pensare a qualcosa che possa sempre più produrre maggiori consensi. Perché siamo esseri in costruzione e, nell’ignoranza che regna sovrana, quei mattoncini sono dati solo dalla rete e da quella catena di consensi insensati.

Fonte: squeezemind.it

Ed ecco che, come per magia, i like su facebook e i cuoricini su instagram o twitter si trasformano nel nuovo parametro di affettività, mandando in pensione la vecchia lingua italiana e i classici – forse sdolcinati – «Ti voglio bene» o «Bravo!» detti face to face. Nel mondo dei social e della tecnologia, dove la tastiera funge da cuore pulsante e le meningi umane sono sostituite da un cervellone elettronico programmato sulla base di un codice binario, l’unico sentimentalismo consentito pare essere esclusivamente quello virtuale. Tutto ciò implica la necessaria condivisione – che parte proprio dai post pubblicati sui social -, metafora di quel consenso utile ad accrescere un’autostima evidentemente non molto elevata e che prescinde sempre più dal contenuto dell’oggetto piaciuto o condiviso. Ciò che conta non è più il “cosa”, ma il “chi condivide una qualsiasi cosa”: se mi stai simpatico o mi è utile averti dalla mia parte ti concedo il mi piace; se mi stai sulle scatole non posso che accoltellarti con l’indifferenza (pena davvero orribile per i più social). Così, se l’amico del cuore non ha pigiato il tasto sinistro del mouse su quella manina col pollice all’insù, la cosa si fa inaccettabile e, pertanto, costui non è più degno di essere definito “amico”, pur restando nella cerchia di facebook. Al contrario, è fedele, coerente e dunque posso continuare a scambiare like con lui ad oltranza.

Fonte: BreakOff

La mania del facile consenso, determinata dalla paura di essere esclusi, si evidenzia con l’esclusivo interesse umano «di essere “in”, cioè andare secondo corrente», come scrivono McLuhan e Babin in “Uomo nuovo, cristiano nuovo nell’era elettronica”. Tale fenomeno ha portato all’inevitabile conseguenza del proliferarsi di una nuova categoria di persone, i cosiddetti leoni da tastiera. Scrivono sentendosi riparati dallo schermo e sulla base del sentire comune, non dei propri ideali, ma di persona non riescono nemmeno a pronunziare mezza vocale. E questo per loro va benissimo, se si pensa che oggi l’unico villaggio abitato dalla gente è quello globale di internet, mentre tutto il resto – ossia la vera realtà – è noia, un qualcosa di superfluo e che, implicando anche una certa coerenza attraverso l’azione, risulta talvolta noiosa, seccante, finanche insopportabile. Di queste problematiche si è occupato il Prof. Francesco Bellino, docente di Filosofia Morale, Etica e Bioetica presso l’Università degli Studi di Bari, all’interno del suo libro “Per un’etica della comunicazione”, in cui si evidenzia lo status attuale di un uomo che, a seguito dello sviluppo tecnologico, si è “evoluto” da sapiens in videns, quindi interessato unicamente all’apparenza e alla considerazione del mondo non più come vera esistenza, ma solo come il prodotto di un’immagine. L’immagine trasmessaci dai media. «Bisogna ristabilire le regole del parlare bene e la scuola deve stare attenta a non allinearsi a questo modo di parlare rozzo, pressappochista e riduttivo – ha asserito il Prof. Bellino ad AltraVoce –. Altrimenti ne consegue il degrado della lingua italiana, che dovrebbe continuare ad essere insegnata anche nelle università, fino ad arrivare ad un suo corretto utilizzo nelle trasmissioni televisive, a cominciare dalla Tv di Stato, poiché è finanziata da tutti noi».

Importante sarebbe non confondere la vita vera con quella virtuale, in cui ognuno è percepito per quello che vuole sembrare. Per strada e nei rapporti reali, invece, conta ciò che si è e non il modo in cui si appare. Contano i valori, le convinzioni e il nostro modo di comunicare vis a vis. Bisogna metterci la faccia – e non una semplice “immagine del profilo” -, poiché dal vivo non c’è Photoshop che tenga.

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Cesare Zampa e Francesca Elicio
CESARE ZAMPA La passione per il giornalismo è una “patologia” che mi accompagna sin da bambino e, all’interno di questo progetto, ho la possibilità di coniugarla al tema che seguo con maggior interesse: la politica. FRANCESCA ELICIO Determinata, testarda, curiosa e inarrestabile. Con energia da vendere e una voglia di imparare e dare sempre il massimo.

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