Ma la legge è davvero uguale per tutti?

0
174

Per il primo editoriale abbiamo deciso di fare un salto indietro nel tempo: ci troviamo nel novembre del 2011 in un ospedale piemontese. Riusciamo a scorgere una ragazza e un uomo insieme. Lei lavora normalmente, ma ha una faccia che indica ribrezzo e paura. Riprendiamo la navicella spaziale e torniamo nel 2017. Guardiamo la tv e leggiamo i giornali e vediamo una situazione simile. Anzi no, è la stessa! Vediamo lo stesso volto di donna che denuncia l’uomo per stupro. E che questo uomo inspiegabilmente viene assolto perché “il fatto non sussiste”. Ok, forse ci sarà qualcosa che non va. E invece no, tutto vero.

 

FRANCESCA ELICIO:

Sì, perché se non urli lo stupro non vale. Troppo facile. Come ad esempio se non ridi mentre giochi vuol dire che non ti stai divertendo, oppure se non fai la faccia sorpresa quando vedi un tuo caro dopo tanto tempo vuol dire che non ci tieni. Ed ecco che arriva anche: “se non urli durante lo stupro, vuol dire che ti sta piacendo”. E poi, stupro non è, in quanto palpeggiamenti e roba del genere non sono attribuibili a violenza sessuale. Ed ecco che ci ritroviamo a commentare le penose scelte fatte dalla giustizia italiana. Non siamo noi a dover spiegare che lo stupro non indica solo l’atto pratico, ma una serie di situazioni in cui qualcuno fa sottostare controvoglia un altro individuo, privo di forze e potere, al suo desiderio di natura sessuale. Uno stupro, cara giustizia, può essere anche mentale. L’accusa di calunnia getta sull’accaduto anche un’ombra di sessismo, lo stesso che ormai in Italia siamo bravi a combattere con le parole. “Pieni diritti alla donna!” Ma dove? In un Paese che non fa altro che sminuire e guardare la donna come “preda da conquistare”? In base a quale criterio la donna si è inventata tutto? E in base a quale altro l’uomo ha ragione e da carnefice diventa vittima? E nonostante tutto, il ribrezzo maggiore lo si prova nel momento in cui, ancora una volta, la donna viene presentata come sesso debole. Ma sesso debole di cosa? Una donna che non urla ma che chiede e implora il carnefice di finirla, sì, è sesso debole. Ma se quella donna decide a distanza di tempo di denunciare l’accaduto, allora no. Quello dimostra forza. L’unica vera debolezza è quella del giudice che non ha voluto, e ripeto si tratta di volontà e non di mancate prove, approfondire la vicenda per una sorta di “solidarietà tra i sessi”. A questo punto mi chiedo: caro giudice, se ci fosse stata tua figlia al posto della ragazza, l’avresti accusata di calunnia? Meditate gente, meditate. Questa è la giustizia che piuttosto che difenderci, non fa altro che trovare nuovi capi d’accusa.

 

CESARE ZAMPA:

Il succo potrebbe essere questo: se il destino ti prescrive raucedine e violenza sessuale, spera con tutte le tue forze che le due circostanze non coincidano. Fa riflettere ed offre diversi spunti d’interpretazione la sentenza in questione, emessa del Tribunale di Torino. Affermare, come si legge nelle motivazioni dei giudici, che la donna non avrebbe «tradito quella emotività che pur doveva suscitare in lei la violazione della sua persona», significa, di per sé, ignorare la soggettività di un essere pur sempre “umano”, che potrebbe non aver reagito con particolare veemenza probabilmente per insicurezza personale, consolidata dalle violenze che ha raccontato di aver subito dal padre in tenera età. Quei ripetuti «No, Basta», seguiti ai palpeggiamenti e ai tentativi di spogliarla che lo stesso 46enne ha ammesso di aver posto in essere, anche se proferiti con flebile voce non credo possano lasciare spazio a molte interpretazioni se non a quella canonica. Per l’appunto “smettila, non ho voglia di essere toccata da te”. Peccato che non l’abbia urlato, che non l’abbia fatto sentire a tutti i presenti. Del resto, sentiamo sempre parlare di come il senso di vergogna e colpa sia innescato nelle vittime di violenza sessuale ed acuito dalla conoscenza del proprio aggressore; in questi casi la vittima è naturalmente indotta a non raccontare ad altri l’accaduto, nascondendolo finanche a se stessa.

Da non sottovalutare il rapporto professionale che lega i due protagonisti della vicenda. La donna ha raccontato di essere stata costretta a cedere, perché sottomessa ad un collega che avrebbe potuto incidere sul suo destino lavorativo in Croce Rossa. Il tutto negato dall’imputato. Se da un lato si può ipotizzare un abuso di potere da chi è in una condizione di supremazia lavorativa, dall’altro non si può escludere un atto di ripicca del soggetto “sottomesso” per questioni che potrebbero non essere state rese note.

Tuttavia le sentenze si rispettano e, per quanto possano sembrare impopolari, non bisogna sottovalutare gli elementi investigativi raccolti che hanno portato l’organo giudicante ad emetterle. Decisioni che adesso possono costare alla donna un procedimento per calunnia. Nel frattempo il pm medita il ricorso in Appello, ma questa è un’altra storia che, comunque vada, già affila le armi intellettuali dei commentatori più “social”.

 

EMILIANO FRACCICA:

Viviamo in un’epoca in cui ci facciamo guidare dagli istinti piuttosto che della ragione, noi, unici animali sulla Terra che abbiamo il dono di essere pensanti. Gli stupri sono sempre esistiti, pensiamo al Ratto delle Sabine, ed esistono tutt’oggi per la concezione perversamente errata che l’uomo sia il “sesso forte”, e a lui tutto sia dovuto, e la donna sia quello debole, costretta a essere sottomessa. Da uomo mi sento in dovere di dire che non sia così. Non c’è cosa più bella dell’innamoramento reciproco, del completarsi, del progettare insieme, perché quindi rovinare la vita di una donna in pochi ma terribili minuti solo per togliersi lo sfizio dell’ eiaculazione? Casi come questo devono farci riflettere: è davvero necessario che la donna reagisca con la forza ad un tentativo di stupro, o sarebbe meglio far capire agli uomini che non siamo bestie e che quindi simili azioni non vanno commesse a priori? Perché, diciamocelo, chi ragiona col cazzo, col cazzo che ragiona!

 

DAMIANO COSIMO LORUSSO:

Ci troviamo di fronte ad un caso assolutamente paradossale e che ci deve far riflettere sulla contestualizzazione della legge. Il fatto che la donna non abbia urlato o presentato tratti tipici di chi ha subito una violenza sessuale non vuol dire che lei fosse consenziente. Magari non ha urlato perché aveva paura della reazione violenta del molestatore, ha avuto la lucidità di “subire” per non provocarlo ancor di più: ciò non vuol dire che non si tratti di stupro, e quindi la sentenza del giudice Minucci è del tutto fuori luogo, ed apre la strada a futuri casi in cui, nel caso di mancanza di testimoni, lo stupratore potrà difendersi con estrema facilità. La violenza sulle donne e lo stupro vanno fermamente condannate, e va usato il pugno duro contro chi si rende protagonista di questi atti. Purtroppo questo caso, ribadisco, è paradossale e molto triste.

 

ANNAMARIA DI GIORGIO:

“Era una donna facile”, “Andava vestita come una spogliarellista”, “I ragazzi sono giovani, hanno sbagliato, ma sono stati provocati”, “Ha aperto le gambe, quindi le è pure piaciuto”, “Non ha nemmeno graffiato il suo presunto aggressore”, “Era il suo fidanzato, poteva semplicemente dire di no”, “Tra moglie e marito? Ma no, non si può chiamare STUPRO“. Queste sono le frasi dette per giustificare lo STUPRO, per sminuirlo, perché insomma lo STUPRO non è come la matematica, è un’opinione, è “solo” l’opinione di una donna che se l’è cercata! Sempre più aggressori vengono assolti, ultimo tra questi è il caso di cronaca qui citato. Se questo non fosse già abbastanza, al danno si aggiunge la beffa, è pure stata denunciata per calunnia. E se lo merita Laura, perché è donna e ha osato denunciare l’accaduto in uno Stato che solo nel 1981 ha abrogato Il delitto d’onore. Però noi donne occidentali non possiamo lamentarci, non siamo mica obbligate ad indossare il velo, quindi Laura ringrazia, e insieme a te ringraziamo tutte noi per questa concessione. Poco importa poi se quasi un giorno sì e uno no, in Italia, una donna venga uccisa, e guai a parlare di femminicidio, poiché è sbagliato considerarlo un aggravante, ci diranno che crediamo che la vita di una donna valga più di quella di un uomo…insomma roba da femministe lesbiche e frigide. Quindi Laura, tutto è inutile, non serve lottare, non serve denunciare se nel momento in cui sei stata stuprata non hai applicato il “protocollo” della vittima! Donne ricordate che una brava vittima deve: gridare, mordere, graffiare, chiudere le gambe, piangere e mai dimostrare forza, piuttosto tentate il suicidio (sembra quasi che sia questo che vogliano da noi), mai far vedere a quel bastardo che vi ha uccise nell’anima che state reagendo, che state riprendendo in mano la vostra vita, solo così sarete santificate. Al giudice che ha assolto quel verme voglio ricordare che lo STUPRO è UN OMICIDIO INCOMPIUTO che ti lascia i parametri vitali ancora attivi, ma che ti uccide dentro, che ti distrugge e che indelebilmente ti segna e ti cambia la vita. Ricordatevelo tutti prima di dare delle attenuanti a questo schifo, prima di puntare il dito contro la vittima, prima di dare giudizi, perché nessuna donna, nessun essere umano merita questo e ciò prescinde da qualsiasi esso sia lo stile di vita condotto dalla vittima. Della mia vita, del mio corpo posso fare quello che voglio, posso darla a pagamento o farlo per passione come “Bocca di rose”, ciò non dovrà mai giustificare lo STUPRO!

 

DANILO DI SCHIENA:

Ieri sera devo aver mangiato pesante, ho avuto una notte travagliata. Appena sveglio come mio solito guardo le mail e trovo l’invito dei miei colleghi a leggere l’articolo sul Corriere della sera. La sensazione a caldo è stata quella di chiedermi se non stessi ancora sognando. Sono tornato a prima del 5 settembre del 1981? E invece non sono io ad aver fatto un salto indietro, ma probabilmente lo abbiamo fatto tutti. Dove sono i pareri degli psicologi di altre vittime di stupro? Non posso credere che in una faccenda così delicata non si tenga conto di aspetti importanti imprescindibili. Quando avevo 11 anni arrivò nella mia classe un bullo/delinquente, uno di quelli che aspirava da grande a farsi la galera per temprarsi, e indovinate, ci è riuscito facilmente. Fatto sta che per qualche motivo mi prese di mira. Un pomeriggio lo incontrai, lui mi chiamò, mi avvicinai a lui e prima che potessi dire “dimmi?”, Bang, un pugno sullo zigomo. Lì per lì non mi fece malissimo perché rimasi immobile, ammutolito per qualche secondo, a guardare la sua faccia fiera ma un po’ delusa, forse si aspettava una reazione diversa. Mi girai e mi misi a correre, il dolore arrivò subito dopo, insieme all’umiliazione a alla vergogna di dirlo ai miei. Immagino come avrei potuto sentirmi se i miei avessero detto, dopo aver raccontato loro l’accaduto: “E tu non hai fatto nulla? allora stavate giocando, anzi ti sei pure divertito”. Ecco, di sicuro non avrei più posto fiducia in loro. Sono vicino alla vittima reale di questa faccenda e spero quantomeno che le accuse di diffamazione non sussistano in sede giudiziaria, sarebbe una beffa aggiuntiva davvero tremenda.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here