Saturday Song – “Minuetto”, la storia di una donna disillusa dipinta da Mia Martini e Franco Califano

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Sono passati 22 anni da quando Mia Martini non c’è più. La sua voce inconfondibile, le sue canzoni stupende e raffinate hanno segnato un’epoca, e ancora oggi, ogni tanto, possiamo sentire canticchiare “Almeno tu nell’universo” agli angoli delle strade. Una morte piena di interrogativi quella avvenuta il 12 maggio del 1995 a Cardano al Campo, un paesello del varesotto, la cantante trovata senza vita mentre ascoltava un suo brano dal mangianastri, col braccio proteso, vanamente, verso il telefono. Un fibroma all’utero che da qualche tempo non le dava pace, forti e lancinanti fitte all’addome, ma la causa del decesso è un’overdose di cocaina, come indicato dall’autopsia. Non sapremo mai se si sia trattato di suicidio, la sorella Olivia successivamente ha sempre remato contro quest’ipotesi, aggiungendo che in quel periodo la vita di Mia (al secolo Domenica Rita Adriana Bertè) aveva raggiunto picchi di serenità senza precedenti.

Come avrete capito la Saturday Song di oggi è tutta sua, è tutta di una cantante che ci ha fatto emozionare e sognare e che ci ha lasciati troppo presto. Oggi è il sabato di “Minuetto“,  canzone datata 1973, una delle perle della carriera della Martini (piccola chicca, per scegliere il nome d’arte si consultò col suo manager il quale le disse che all’estero conoscevano tre cose dell’Italia, gli spaghetti, la pizza, e il Martini, e che quindi il suo cognome sarebbe dovuto essere uno di questi), anche se il testo non è suo. E sì, perché le partiture, molto classicheggianti come suggerisce anche il titolo, sono di Dario Baldan Bembo, mentre invece il testo, struggente e pieno di rimorsi, è stato scritto da un ancora giovanissimo e poco noto Franco Califano. Ma andiamo a vedere bene di cosa si tratta:

“È un’incognita ogni sera mia
un’attesa, pari a un’agonia. Troppe volte vorrei dirti: no
e poi ti vedo e tanta forza non ce l’ho
il mio cuore si ribella a te, ma il mio corpo no
le mani tue, strumenti su di me,
che dirigi da maestro esperto quale sei”.

Non è il massimo per una donna accontentarsi di una storia di sesso se da parte sua invece c’è anche solo una briciola di sentimento. Questa è proprio la storia della protagonista, cosciente di essere solo un mero oggetto tra le mani del suo uomo occasionale, si sente proprio come una partitura soggetta agli “strumenti” dell’esperto maestro. Una storia che non sempre è accettata, “troppe volte vorrei dirti: no”, ma alla fine ci si accontenta di un amore liofilizzato pur di non stare soli con sé stessi.

“E vieni a casa mia, quando vuoi, nelle notti più che mai,
dormi qui, te ne vai, sono sempre fatti tuoi.
Tanto sai che quassù male che ti vada avrai
tutta me, se ti andrà per una notte…
… E cresce sempre più la solitudine,
nei grandi vuoti che mi lasci tu!”.

Il ritornello, famosissimo, è un crescendo tra rassegnazione e incapacità di opporsi, che sfocia poi nella soddisfazione di qualche istante, di “una notte”, salvo poi rivestirsi e scoprire di essere più vuoti di prima, più soli che mai, dopo che un uomo si è solo liberato, senza averti liberato.

“E la vita sta passando su noi, di orizzonti non ne vedo mai!
Ne approfitta il tempo e ruba come hai fatto tu,
il resto di una gioventù che ormai non ho più.
E continuo sulla stessa via, sempre ubriaca di malinconia,
ora ammetto che la colpa forse è solo mia,
avrei dovuto perderti, invece ti ho cercato”.

La protagonista prende coscienza dei suoi errori, della sua vita che non va nella direzione sprecata, delle rughe che già affiorano sul suo volto, una ruga per ogni sbaglio fatto. Ma ormai la strada è stata intrapresa, non riesce a dare una svolta alla sua esistenza perché è sempre “ubriaca di malinconia”, e ormai sa che per combatterla deve ricorrere a lui, anche solo per un’oretta. Lui che doveva dimenticare ma che invece ha cercato, elemosinando amore, o almeno un surrogato di esso, per sentirsi felice nel fugace istante di un orgasmo.

“Minuetto suona per noi, la mia mente non si ferma mai.
Io non so l’amore vero che sorriso ha.
Pensieri vanno e vengono, la vita e’ cosi’…”

È la chiosa finale della canzone, una sorta di excursus sulla propria vita fatto con il distacco di chi ormai non ne è più padrone, di chi ormai sa che il vero amore è solo sui libri delle fiabe ma che la realtà non ha lieto fine. Di chi sa che ormai “la vita è così”, e non può fare altro che continuare “sulla stessa via”.

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Emiliano Fraccica
Il mio nome è Emiliano Fraccica e frequento il C.d.L. in Scienze della Comunicazione a Bari. In realtà sono di Taranto, città piena di problemi sia dovuti all'inquinamento che alla mentalità. Mi definisco una persona curiosa, che cerca di vedere sempre il lato positivo e ridicolo di ogni situazione, e che per questo non si fa scoraggiare quasi mai. Ho sposato questo progetto perché credo nel potere della "penna che uccide più della spada", credo nell'informazione e nella cultura, e credo nella passione comune che io e gli altri redattori, miei amici fidati, condividiamo, la passione del giornalismo, sia esso "comodo" o "scomodo".

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