Saturday Song – la “Revolution” del ’68 vissuta dai Beatles

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La Saturday Song di oggi ci riporta indietro nel tempo, a circa cinquant’anni fa, quando i giovani marciavano nelle strade al grido di “mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Tuttora, in tempi di contestazioni al governo, occupazioni degli istituti scolastici, trasgressioni e ribellioni di ogni genere, riecheggiano le ben più note proteste di sessantottina memoria, contro la guerra, contro la politica degli armamenti, contro le persecuzioni, contro il bigottismo del secolarismo clericale, e soprattutto contro l’autorità, che oltre ad ottenere effetti “favorevoli”, ebbe anche ripercussioni poco felici. E proprio nel 1968, in seguito alle manifestazioni del maggio Parigino, anche i Beatles, soprattutto John Lennon, vollero dire la loro. Con un singolo, “Revolution”, introdotto da un tonante urlo di Paul McCartney, accompagnato dai colpi graffianti della chitarra distorta di George Harrison, i Fab Four, condannarono ogni genere di rivoluzione, soprattutto quelle del ’68 di stampo maoista, intrise di populismo, parlandone come di eventi che creano solo danni su danni. Pensiamo alla rivoluzione francese: un movimento ispirato dalle ideologie illuministe, che parlano del razionalismo, e dal rifiuto di ogni dio, si è tramutato in una becera e ingiustificata violenza, ovvero la sconfitta della ragione, con la santificazione fino all’esasperazione della tanto agognata “ragione”, fino a istituire un “culto della ragione” e un “culto dell’Essere Supremo” (ma non erano senzadio?). Questo brano dei Beatles, vuole essere come un monito per le generazioni future, un consiglio per evitare ogni degenerazione e violenza, ma allo stesso tempo incita il progresso, il volere un mondo migliore, il vivere meglio. Del resto “we all want to change the world!”. Ma andiamo a capire meglio il loro messaggio analizzando il testo della canzone:

“You say you want a revolution
Well you know
We all want to change the world
You tell me that it’s evolution
Well you know
We all want to change the world
But when you talk about destruction
Don’t you know you can count me out?”

“Dici che vuoi fare la rivoluzione
Bè, sai
Tutti noi vogliamo cambiare il mondo
Mi dici che è evoluzione
Bè, sai
Tutti noi vogliamo cambiare il mondo
Ma quando parli di distruzione
Sappi di non contare su di me”

I Beatles credono e sperano in un mondo migliore, come tutti. Ma la rivoluzione se si trasforma in violenza perde di vista i suoi ideali di fondo (un po’ come Animal farm di George Orwell). Loro sono per una rivoluzione pacifica e serena, fatta di dialogo e di apertura. Tra Malcom X e Martin Luther King, quindi, preferivano quest’ultimo.

“But if you want money for people with minds that hate
All I can tell you is: brother, you have to wait
Don’t you know it’s gonna be alright?
Don’t you know it’s gonna be alright?
Don’t you know it’s gonna be alright?”

“Ma se vuoi finanziare persone che nutrono odio
Fratello, tutto ciò che posso dirti è di aspettare
Non sai che andrà tutto bene?
Non sai che andrà tutto bene?
Non sai che andrà tutto bene?”

Il crowdfunding esisteva già all’epoca, e i Beatles si dimostrano ferventi sostenitori, ma cosa succederebbe se questi soldi finissero nelle mani sbagliate? Se i soldi versati per la costruzione di scuole andassero a finire agli armatori? Gli Scarafaggi concludono con il mantra del brano:”non sai che andrà tutto bene?”.

Con “Revolution”, pezzaccio di rock puro, paradossalmente i quattro di Liverpool si dimostrano più anti-rock possibile, discostandosi dalla deriva eversiva che i movimenti pacifisti stavano avendo in quel frangente. Vorrei dirvi che i Beatles hanno mantenuto questa linea di pensiero anche negli anni a venire, ma solo pochi mesi dopo reincidono questo singolo nel loro White album denominandolo Revolution 1, e mostrando all’interno di esso segnali di dietrofront. Da canzone quasi heavy metal diventa una ballata lenta, e con una piccola ma SOSTANZIALE differenza nel testo.

Io vi posto entrambe le canzoni, vediamo se la riconoscete!

 

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Emiliano Fraccica
Il mio nome è Emiliano Fraccica e frequento il C.d.L. in Scienze della Comunicazione a Bari. In realtà sono di Taranto, città piena di problemi sia dovuti all'inquinamento che alla mentalità. Mi definisco una persona curiosa, che cerca di vedere sempre il lato positivo e ridicolo di ogni situazione, e che per questo non si fa scoraggiare quasi mai. Ho sposato questo progetto perché credo nel potere della "penna che uccide più della spada", credo nell'informazione e nella cultura, e credo nella passione comune che io e gli altri redattori, miei amici fidati, condividiamo, la passione del giornalismo, sia esso "comodo" o "scomodo".

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