Saturday Song – “C’era una volta ed era bella”, ricordi e ferite di una favola che si ripete nei testi dei Tre allegri ragazzi morti

0
92

L’appuntamento di oggi con la Saturday Song incontra l’indie rock italiano, un filone che sta incontrando sempre più consensi nel panorama musicale nostrano.

Oggi si parla dei Tre allegri ragazzi morti, gruppo nato a Pordenone nel 1994 dall’unione tra Davide Toffolo, Luca Masseroni, e Stefano Muzzin (sostituito in itinere da Enrico Molteni). La particolarità della rock band che quest’anno è arrivata a ben 23 anni di carriera è sicuramente quella di comparire davanti al pubblico, durante i concerti, con maschere da teschio o che comunque rimandano alla morte. Addirittura i tre, alla fine del concerto, quando c’è da togliersi le maschere, pregano i presenti di non scattare foto.

La canzone che andremo ad analizzare oggi è C’era una volta ed era bella, pezzo ritmato ed energetico contenuto nell’album Inumani del 2016. Il testo in realtà è stato scritto da Peris Alati, un’autrice misteriosa che si professa fan dei TARM sin dalle origini.

“Mi sono rotta un braccio tenendoti la mano
Il cuore è accordato ma la testa non va
Sarà questa musica che viene da fuori
Se ti metti seduto ti racconto di me.”

Mi sono fidata ma non è andata bene, sembra dire la canzone, questo deriva dall’eterno conflitto cuore vs. cervello, in cui non sempre il vincitore è convinto di aver fatto la scelta giusta. Ma se fidarsi una volta non ha portato benefici, la protagonista decide di “seppellire l’ascia di guerra” e di raccontarsi, esponendosi ancora una volta, rendendosi di nuovo vulnerabile. Fidandosi ancora.

“Sai che non trovo mai le chiavi di casa
Se non ho la testa tua sulle spalle mie
Non so disegnare i tramonti dell’estate che è appena finita
Non so promettere false partenze se tu non arrivi
Non riesco a dividere una vita in quattro stagioni
Se mi presti attenzione mi mangerai viva.”

Questi versi credo siano i più rappresentativi della canzone: i primi due versi sono una dichiarazione in grande stile, la persona che amiamo diventa la nostra casa, l’unico luogo dove possiamo veramente trovare pace e ristoro; nel terzo e nel quarto verso vi è prima un rimando ai ricordi vissuti recentemente, troppo brutti per essere riprodotti in alcun modo (o forse anche troppo belli per essere descritti); negli ultimi due si parla della sofferenza che l’amore può portare, “mi mangerai viva” significa proprio questo, amare è rendersi pasto per i cannibali dei sentimenti.

“Mi eccito con l’eccitante
M’intriga tutto l’intrigante
Mi disarmo con il disarmante
Ma m’importa solo l’importante.”

Una donna sui generis potremmo definirla, nel senso che spesso il sesso femminile (ahimè, cari maschietti vi capisco!) non riesce bene a esprimere ciò che prova in maniera coerente. Facile il rimando alla classica massima che dice “la donna dice A, pensa B, ma in realtà vuole C”, anche se qualcuna può storcere il naso magari. La protagonista invece è “pane al pane, vino al vino”, e può sembrare frivola nei primi tre versi, salvo poi farci ricredere nell’ultimo dove ci fa capire di essere una ragazza con la testa sulle spalle.

“C’era una volta ed era bella” ci lascia in confusione, in effetti è un testo abbastanza criptico, come del resto gran parte dei brani dei TARM, alcune volte vere e proprie opere di ermetismo. Nel testo però si percepisce quella sensazione dolce-amara di quando un ricordo ti invade i polmoni e non ti fa respirare, di quando magari la vita ti dà una seconda chance di rivivere quella favola che pensavi ormai chiusa, nel cassetto polveroso chiamato “memorie”.

CONDIVIDI
Articolo precedenteLa ricetta per la felicità – parola all’esperto
Prossimo articoloUovo di Pasqua
Emiliano Fraccica
Il mio nome è Emiliano Fraccica e frequento il C.d.L. in Scienze della Comunicazione a Bari. In realtà sono di Taranto, città piena di problemi sia dovuti all'inquinamento che alla mentalità. Mi definisco una persona curiosa, che cerca di vedere sempre il lato positivo e ridicolo di ogni situazione, e che per questo non si fa scoraggiare quasi mai. Ho sposato questo progetto perché credo nel potere della "penna che uccide più della spada", credo nell'informazione e nella cultura, e credo nella passione comune che io e gli altri redattori, miei amici fidati, condividiamo, la passione del giornalismo, sia esso "comodo" o "scomodo".

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here