Alessandro Fella: dietro le quinte di una vita d’attore

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La prima cosa a cui ho pensato ieri mattina appena sveglia è su quanto sia strana la vita. Crea delle combinazioni assurde, da un momento all’altro ti ritrovi catapultato in situazione a cui mezz’ora prima neanche ci penseresti. Ed è un po’ quello che è capitato a me, che ha fatto sì che la realizzazione di questo articolo fosse possibile.

Vi informo in anteprima: si tratta di una intervista, ma non di una delle solite interviste dove leggi la domanda in corsivo e poi la risposta lunga chilometri che spesso si prende 10 pagine e 30 minuti della giornata, insieme ad almeno 2 gradi della tua vista.

Per puro caso, non so neanche io come, ho iniziato a seguire un ragazzo su Instagram un po’ di tempo fa. C’era qualcosa nel suo sguardo, nella sua espressività che mi colpiva particolarmente. Chi mi conosce lo sa quanto sia solita fare attenzione ai molteplici aspetti del corpo, perché anche se in silenzio, questo comunica tante cose. Fino a quando un giorno scopro che si trova vicino casa mia.

Preciso: il ragazzo si chiama Alessandro Fella e fa l’attore.

Non so in preda a cosa, decido di contattarlo. Avevo un progetto in mente: intervistare due artisti di diverse generazioni (e per artisti intendo ogni ambito; l’altro mio termine di paragone è un bottegaio magico del mio paese). Dubbiosa sulla riuscita della mia idea, aspetto. E vabbé, come sempre, diversamente dalle mie aspettative, la cosa va in porto.

E quindi ci diamo appuntamento. Come sempre non mi preparo le domande, perché queste vengono al momento, dopo aver creato un primo contatto con il soggetto intervistato. Lo vedo arrivare. La prima cosa che penso è che sia bello come il sole, con dei folti capelli mossi, un piccolo orecchino color metallo, un look total black con le scarpe bianche di risalto e due occhioni azzurri che sapevo sarebbero riusciti a comunicarmi tanto.

Bene, sappiate che non ho fatto le solite domande che fanno tutti. Ormai avrete capito la mia voglia di distinguermi sempre da tutto e tutti. E quindi non me ne frega niente del momento in cui gli è nata la passione, tanto la risposta è la stessa per tutti; non mi interessano i maestri da seguire, perché tanto dopo due minuti non li ricorda più nessuno. E non ho voglia neanche di sapere i progetti futuri, perché chissene. Ho voglia di tradurre quegli occhi in parola, ho voglia che si fidi di me e che riesca a rispondermi alle domande forse più dure e profonde. Perché per il resto non ci sono problemi: basta perdere 10 minuti sui social, naufragare tra i millemila followers, seguire i progetti, i commenti fatti, le persone seguite, gli amici frequentati, i like messi. Insomma, ormai la vita apparente è facile da seguire. Ma quando la fotocamera non fa più click, quando i riflettori si spengono, quando la sigaretta è schiacciata sotto il piede e il giubbino di pelle viene messo di nuovo al suo posto… chi di noi sa davvero cosa succede? Vi siete mai chiesti in realtà un attore cosa può fare durante la giornata? Se ha le nostre stesse paure, i nostri stessi imprevisti? Una volta vista la Instagram stories ci sentiamo appagati, consapevoli di sapere la maggior parte delle cose. Beh, non è così.

Sotto un bellissimo cielo pieno di stelle e tante luci color arancio da cornice, Alessandro decide di fidarsi e raccontarmi un po’ di se stesso.  «Sono un ragazzo normale». E già qui, le mie previsioni si rivelano corrette. Mi viene voglia di alzarmi e applaudirlo. Potrebbe apparire una cosa normale, ma non lo è. Ha tutte le carte in regola per tirarsela un po’ ed invece non lo fa. Non lo fa perché semplicemente sa che è un lavoro come tanti altri. E lo fa con la massima umiltà del mondo. «Ci ho messo molto a decidere di fare di questo lavoro la mia vita perché comunque oggi il mondo della recitazione e dell’arte in genere non è considerato un vero e proprio lavoro. Quando ti ritrovi ad avere una passione ed un sogno e questo non è condiviso dal 99% della gente, allora ti ritrovi a cavalcare quello che fanno un po’ tutti. Ti ritrovi in un istituto tecnico, diplomato perito informatico, per poi cambiare completamente e fare scienze della comunicazione, prenderti una laurea e non sapere neanche perché, cercando di capire quale sia la tua strada. Io l’ho capito perché in determinate situazioni è stato questo lavoro a chiamare me: mi spiego meglio. Dico questo, perché nel corso degli anni si sono verificate diverse circostanze che mi hanno portato a lavorare in teatro, ad avere un primo approccio col pubblico. Io ho iniziato con quello che proponeva la piazza di Milano: progetti indipendenti e teatro finchè non ho preso il mio primo lavoro prodotto da una casa di produzione importante, cioè la Lux Vide, Talent High School. Questo mi ha fatto cambiare idea: dopo aver fatto mille lavori ho capito che in quel momento i soldi non erano per me la felicità e non volevo ritrovarmi a 40 anni a formulare frasi come “eh, se solo ci avessi provato”. Io ci provo e vediamo come va. Di punto in bianco ho chiuso un’attività di eventi che avevo aperto mentre parallelamente lavoravo già in una compagnia teatrale molto conosciuta nel nord Italia: i Legnanesi. Non avevo mai considerato seriamente questa alternativa fino a quando non ho preso il mio primo lavoro e ho deciso di fare un passo indietro: sono tornato a casa a Milano, chiudere tutto ciò che era ancora aperto, prendermi la laurea che avevo lasciato in bilico. Avevo tutta la voglia di formarmi a teatro. Ognuno dovrebbe passare dalla formazione teatrale perché questo ti insegna a vivere. Confrontandomi con attori che già lavoravano da tempo mi sono accorto che non ero ancora pronto per restare a Roma. C’era bisogno di più studio e formazione. Solo dopo il diploma potevo giocarmela seriamente, creandomi reali possibilità. Il fatto di aver avuto un lavoro non mi faceva sentire pronto e in grado di potermi adagiare. Anzi, tutto questo non mi ha fatto sentire all’altezza; sapevo che avrei potuto fare molto di più». Alessandro mi racconta che la sua vita è stata sempre formata su due castelli di carte: la vita comune o la vita da attore; quando cercava di concentrarsi su uno, arrivava una folata di vento che buttava giù l’altro e viceversa. E quando sceglieva la prima, c’era sempre qualcosa che gli faceva cambiare idea.  «E allora mi sono diplomato al teatro Arsenale di Milano con il metodo Lecoq, ho fatto parte di una compagnia teatrale con cui facevo spettacoli per strada, nei locali, nei pub, centri sociali e persino nei night club cercando di portare il teatro dove questo non c’era più. Anzi, formalmente non era una vera e propria compagnia teatrale: a noi piaceva definirci come gruppo; eravamo quattro pazzi scalmanati che rompevano gli schemi convenzionali del teatro.  Insomma, ho fatto tutta la gavetta possibile. Il fatto di aver deciso la strada da percorrere mi ha reso la mente più lucida sul da farsi. Poi ho deciso di trasferirmi a Roma e di mangiare la così detta “farina”.Sono stato anche all’estero, a Los Angeles, per formarmi e vedere come poteva essere la situazione al di fuori dell’Italia. Frequento attori e so che non è facile; ci diamo conforto a vicenda e poi pian piano come i funghetti spuntiamo. C’è chi spunta prima, chi dopo. Però speriamo che un giorno diremo “ti ricordi quando vent’anni fa ci prestavamo le 100 euro?».

Alessandro è convinto del fatto che noi siamo il risultato di tutto ciò che ci accade nella vita. Si tratta di una continua concatenazione: se non ci fossero stati alcuni eventi, non saremmo mai diventati ciò che siamo adesso, consapevoli di ciò che facciamo e ciò che vogliamo.

Arriviamo adesso nel clou dell’intervista. Anzi no, non mi piace definirla intervista; la vedo più come chiacchierata tra amici. Come trascorre un attore la propria giornata? Cosa fa? «Tu diresti che un attore è fortunato. In verità gli attori hanno purtroppo molto tempo libero, e questo diventa frustante soprattutto quando gli anni passano. Io mi sveglio in un orario decente, tutte le mattine faccio esercizio fisico e poi qualche commissione. Torno a casa, mangio e normalmente durante l’anno frequento corsi o workshop che ti tengono impegnato. In generale cerchi di occupare la giornata nel miglior modo possibile: magari studiare, magari fare workshop o laboratori. Se c’è un provino, ti prepari con altri attori o li aiuti. La parte difficile di questo è proprio quello di improvvisare in continuazione. Io sono stato molto fortunato perché sono stato circondato da persone, in primis Kuniaki Ida, che hanno completamente stravolto la mia vita e hanno cambiato la concezione di determinati valori. Il teatro Arsenale ha completamente abbassato il mio ego, lì mi sono annullato e questo ha fatto sì che prendessi la vita con molta più umiltà. Sono stato fortunato perché ho incontrato persone che mi hanno saputo consigliare e che ho preso come punto di riferimento nella mia vita». In un certo modo, è stato distrutto e pian piano ricostruito.

E la precarietà in tutto questo che valore ha? «Ha smesso di spaventarmi. Io ho fatto questo salto nel vuoto tardi, mi sono diplomato a 27 anni. La precarietà però è anche un motore. I “No” presi sono frustranti, ma questi devono diventare il motore per fare meglio in seguito. La precarietà ha i punti positivi e negativi: ci sono ragazzi che non possono permettersi tante cose, ma la maggior parte degli attori se cadono, cadono in piedi. Io ho una famiglia che mi supporta a livello psicologico, dei genitori che sono i miei pilastri e questo mi aiuta particolarmente perché non ho bisogno di lottare con loro, sono già in lotta con me stesso. Quando inizi ad avvicinarti ai 30 anni, inizi a sentirti maturo (ma mai completo) anche come attore e vedi che la situazione non ingrana come vorresti, lì non devi farti prendere mai dalla paura. Questa ovviamente c’è, però nel momento in cui fai una vita e un lavoro non convenzionali, devi avere parametri non convenzionali. Lo sconforto ti fa cercare alternative. Tanti mollano: se tu decidi di fare questo, devi soffrire e vedrai che se lo vuoi, un giorno lo fai. La vita dell’attore è una vita precaria nei rapporti personali, è precaria nella tua quotidianità, è precaria nel tuo stare a Milano, piuttosto che a Roma o Los Angeles. Io con la mia vecchia attività guadagnavo molto bene, vivevo con i miei, dedicavo molto poco tempo fisico, lavoravo col telefono; facevo pubbliche relazioni, fornivo hostess e steward e mi appoggiavo ad altre agenzie; quella sensazione di inutilità è devastante. Piuttosto che sentirmi inutile, preferisco sentirmi precario. Non ho bisogno di niente, a me basta solo vivere facendo qualcosa che dia un senso alle mie giornate».

Affetti precari. Alessandro ha imparato a dividere le amicizie: quelle sul mondo di lavoro sono da prendere con le pinze, mentre ci sono 3 o 4 amicizie storiche che non lo lasciano mai. Le cose cambiano, le vite si evolvono, ma gli affetti restano i medesimi. Poi ovviamente ci sono anche le belle sorprese, persone da cui non ti aspetteresti niente e che però ti danno molto. La politica è sempre la stessa: “alla giornata”. «Anche in amore, ho avuto una sola relazione stabile che è durata per quasi 3 anni. Poi per 7 anni più nulla. Sono concentrato sul mio lavoro e non voglio rendere conto a nessuno. Appena conosco una ragazza, prima di capire che sia la ragazza giusta, mi faccio mille domande: mi chiedo se sia il momento giusto, se la pensi come. Anche lì vivo alla giornata. Se le persone che hai di fronte ti capiscono e la pensano come te allora si condividono dei momenti; altrimenti non si fa nulla, il mondo è bello perché è vario. Amicizia e amore sono mondi simili ma diversi: rendere conto ad una persona accanto è comunque oneroso. La vita può essere breve o lunga, dipende solo da che punto di vista la guardi. Sono stato innamorato, so cosa sia l’amore e per me è una ciliegina sulla torta. Se la torta non è pronta, io mi sento incompleto nel resto delle mie cose, come posso vivermi al 100% una cosa così? Rischi di infilarti in mille situazioni e non portarne a casa una. Se il giorno prima di un provino litigo con la mia ipotetica fidanzata, vado lì tutto scombussolato. Ma questo ovviamente è per come sono fatto io; di carattere sono una persona a cui piace avere anche dei momenti da vivere in solitaria. Per il momento sto bene da solo, ovviamente arriverà il momento in cui la mia priorità sarà altra. C’è chi arriva subito al punto e chi invece ha bisogno di fare prima una spirale:ho fatto e continuo a fare tutta la gavetta possibile, non mi stanco mai di osservare e studiare. Questo è il mio punto di vista ma non critico chi la pensa diversamente».

C’è una frase, mentre mi parlava della concezione “vivere alla giornata”, che mi ha particolarmente colpita: carpe diem. Siamo tutti bravi latinisti e quindi a parte tatuarci la frase addosso, dovremmo sapere di cosa stiamo parlando. Ma chi oggi coglie davvero l’attimo? Quanti di noi decidono di lanciarsi a tuffo, fregandosene delle opinioni sociali, dei pregiudizi, in senno a quella irrazionalità che spesso ci fa sentire degli animali? Chi ha davvero voglia di rischiare? Facciamo davvero mai quello che ci sentiamo di voler fare? O siamo continuamente frustrati, pieni di ingordigia, di cose che vogliamo ma che non possiamo e che anzi, possiamo volere se solo non ci chiudessimo nel nostro bigottismo.

Ale, ormai lo chiamo così come l’ho salvato in rubrica, mi ha aperto un mondo e mi ha sottoposta in modo inconscio ad una sottile riflessione alla quale sto cercando ancora di dare risposta. Credo di non aver mai colto l’attimo, lasciandomi la vita alle spalle. E per questo sono certa che io e lui ci rivedremo. Chissà, la sua visione della vita, il suo modo di sorriderle sempre, possano continuare a sviluppare diverse concezioni della realtà.

Grazie, i tuoi occhi azzurri sono riusciti a darmi le risposte che cercavo.

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Francesca Elicio
Determinata, testarda, curiosa e inarrestabile. Con energia da vendere e una voglia di imparare e dare sempre il massimo. Questa sono io in pochi aggettivi. Mi chiamo Francesca, ho 22 anni e sono laureata in scienze della comunicazione. Non mi arrendo quasi mai e cerco di cogliere ogni tipo di opportunità mi capiti. Della mia vita ho già deciso quando avevo 3 anni; anno dopo anno, ho capito sempre più che io senza giornalismo e scrittura sarei come Romeo senza la sua Giulietta, oppure come una giornata senza sole, o come il pane senza la nutella. Ho iniziato a scrivere a 16 anni quando annunciai per prima in Italia l'omicidio di un commerciante del paese. A 20 anni mi sono iscritta all’ordine dei giornalisti. E nel frattempo non faccio altro che studiare e specializzarmi, chissà che non riesca a vincere il Pulitzer un giorno. Idoli? Bhe, il mio mito fra tutti è Emiliano Fittipaldi. Sogni nel cassetto? Lavorare insieme a lui, e perché no, superarlo anche. Vi ho detto anche che sono sognatrice?

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