Primarie Pd, Renzi favorito. Colpi di scena possibili?

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Tre candidati, tre linee politiche diverse. Facendo parte dello stesso partito, gli obiettivi dovrebbero essere grossomodo comuni, anche se quelli di Michele Emiliano ed Andrea Orlando tendono ad assomigliarsi di più. Dopo la debacle referendaria del 4 dicembre scorso, se da un lato Matteo Renzi è il candidato favorito alle primarie Pd, dall’altro è anche quell’ex premier ricordato per i voucher ed il Jobs Act (modifica all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori), i bonus elettorali, l’invito a disertare il referendum sulle Trivelle, il tentativo di stupro di un terzo della Costituzione, sulla quale si era giocato tutto – faccia, poltrona da Premier e segreteria nazionale del partito -. Gli Italiani, purtroppo per lui, bocciarono sonoramente la riforma scritta a sei mani con Boschi & Verdini, inducendolo a lasciare la quarta carica dello Stato, ma non la segreteria del Pd, cosa che ha fatto solo il 19 febbraio scorso per accelerare la fase congressuale. Una mossa sgradita agli scissionisti che hanno dato vita, qualche giorno più tardi, ad Articolo 1 – Mdp, ma anche agli oppositori interni, tra i quali vi sono proprio Emiliano ed Orlando. Dunque ora sarebbe il nemico comune da demolire con il richiamo alle sue responsabilità e questo i suoi competitor lo sanno eccome.

Matteo Renzi (Fonte: Wikipedia)

IL RITORNO DI RENZI – Intanto non si è più ritirato a vita privata; si è preso giusto qualche mesetto di riposo, “governando” a distanza attraverso l’intercessione del suo fidato ministro degli Esteri, oggi suo successore, Paolo Gentiloni (il quale gli tiene la sedia in caldo). Allontanarsi da Palazzo Chigi gli ha fatto bene, lo ha aiutato a prendere una boccata d’aria nella speranza di riacquisire, agli occhi degli Italiani, quella verginità politica che ne consentì l’ascesa trionfante al vertice del Pd prima e a capo dell’esecutivo poi. Considerato che “tutto fa brodo”, non mancò di farsi ritrarre sul settimanale “Chi” mentre era intento a far la spesa in un supermercato di Pontassieve (Firenze). Lo sfondo composto da un carrello e da scaffali pieni di detersivi, che si contrappone all’ufficio sfarzoso di piazza Colonna con tanto di tricolore e bandiera europea, ha ridimensionato la sua immagine da premier a quello che è sempre voluto sembrare, ma che forse non è mai stato fino in fondo: uno di noi. Chi ha pensato che stesse, per la sua prima volta, mantenendo la parola data dedicandosi alla vita privata si è subito dovuto ricredere e prendere atto della sua ennesima piroetta. Me ne vado, addio! No. Bugia, scherzavo… ed infatti rieccolo, pronto per la corsa alla segreteria nazionale e, contestualmente, per la risalita a Palazzo Chigi. Secondo la sua mozione, infatti, le due cariche dovrebbero coincidere, a differenza del guardasigilli e del presidente della Regione Puglia che di “segretario-premier” non ne vogliono sentir parlare.

ORLANDO ED EMILIANO – A questo punto, qualche domanda sorgerebbe spontanea anche sui due avversari dell’ex premier. Andrea Orlando, il candidato della corrente dem più a sinistra e rappresentante di spicco della corrente dei Giovani Turchi, fu scelto come Ministro dell’Ambiente nel governo Letta e, nel 2014, fu destinato alla guida di via Arenula proprio da Matteo Renzi, con cui sedeva nel Consiglio dei Ministri e approvava i relativi provvedimenti. All’indomani del disastro referendario si è accorto di non essere più renziano e ora, com’era prevedibile, gli tocca rispondere alle provocazioni del suo principale contendente che, dopo ogni stoccata rivolta al modus operandi renziano, gli chiede: «Tu dov’eri?». La via di scampo migliore in questi casi non può che essere il “mea culpa”. Michele Emiliano, governatore della Puglia e magistrato in aspettativa, è l’oppositore più ostico di Renzi. Dopo la presa di distanze sul referendum per le trivellazioni petrolifere – per il quale Emiliano esortò i pugliesi a votare “Si”, quindi contro le norme del governo -, degna di nota è anche la sua opposizione alla riforma costituzionale e al vizio dei «bonus» concessi al posto dei diritti, in riferimento agli 80euro. Il suo nome figurava tra quelli degli scissionisti di Mdp, ma, all’ultimo, decise di restare nel Pd per “combattere” dall’interno il radicato renzismo. Lui è senz’altro il dem più “grillino” di tutti, viste le strizzatine d’occhio rivolte al 5 Stelle prima con l’offerta di tre assessorati regionali ai pentastellati pugliesi, immediatamente rifiutati, sia con l’approvazione del Reddito di dignità per i suoi corregionali con Isee inferiore a 3mila euro (un provvedimento che rimanda ad un certo “Reddito di cittadinanza”). Quindi, che ci sta a fare nel Pd? Può essere che, all’indomani del voto, decida di sfilarsi? Ipotesi da non escludere, specie alla luce della risposta data a Renzi, il quale, premettendo il suo appoggio al vincitore nel caso non fosse lui (facile farlo quando hai tutti i sondaggi dalla tua parte), gli ha chiesto: «Sei disponibile a prendere l’impegno con tutti noi su questo?». Emiliano ha asserito: «Assolutamente no. Se continui a fare come hai fatto nei mille giorni di governo, io continuerò a fare l’opposizione costruttiva e cercherò di evitare che tu commetta errori».

COME LEGGERE IL VOTO DEI CIRCOLI? – Dopo la prima fase delle primarie, quella del voto degli iscritti – dei quali ha votato solo il 59,15% (266.370 votanti) -, la situazione non lascia spazio ad interpretazioni. La base dem, quella però dei tesserati, ha premiato Matteo Renzi con un 66,73% (176.743 voti), assegnando ad Andrea Orlando il 25,26% (66.917) e a Michele Emiliano l’8,01% (21.219), arrivato primo solo in Puglia, regione che gli ha consentito di superare la soglia del 5%. Da questi risultati emerge l’enorme distacco dell’ex premier e segretario uscente sugli avversari. È vero, ma non bisogna dimenticare che queste sono le preferenze espresse da chi, con una tessera, risponde comunque ad una linea di partito che, fino a ieri, era dettata proprio dal candidato più suffragato. Domenica, invece, ad esprimersi saranno anche quei simpatizzanti ed elettori che si riconoscono negli ideali e nei principi del Pd, i quali potrebbero presentare un conto salatissimo a quel Renzi che, oltre ad aver portato alla scissione di Bersani&Co, una volta al potere ha fatto l’esatto contrario di quanto promesso prima delle sue scalate politiche. Dalla riduzione del numero dei parlamentari (da non confondere con quella prevista dal referendum costituzionale del 4 dicembre, poiché prevedeva un taglio di 215 poltrone su 945 parlamentari totali, soprattutto a fronte dell’abolizione del diritto di voto per il Senato) a quella dei relativi stipendi (con una proposta di legge dei 5Stelle presentata e spedita sul binario morto della Commissione). Perciò Renzi, adesso, tende a mantenere un basso profilo, come dimostrato durante il confronto di SkyTg24; sa benissimo che parlare troppo, per uno come lui, può essere deleterio, specie se alla vigilia del voto di una base delusa, provata dai recenti scandali e forse parecchio incazzata.

Chi può votare e come

DOPO IL VOTO – Se nessuno dei tre candidati dovesse raggiungere la soglia del 50%, allora il 7 maggio sarà l’Assemblea nazionale del partito ad eleggere il vincitore, altrimenti dovrà solo provvedere a proclamare il futuro segretario. Il sondaggio di Emg Acqua, commissionato dal TgLa7, attribuisce a Matteo Renzi il 65,4% dei consensi, ad Andrea Orlando invece il 21,5% e a Michele Emiliano il 13,1%. Se questi numeri dovessero essere confermati dai simpatizzanti, all’indomani del 30 aprile il Pd avrà già il suo segretario: Matteo Renzi. Nel caso specifico un segretario-premier. Resta tuttavia la preoccupazione per il calo dell’affluenza, già evidenziato dalla prima fase della consultazione. Sempre secondo Emg Acqua, ai gazebo di domenica prossima, aperti dalle 8 alle 20, si recheranno 1.850.000 elettori, un milione in meno rispetto alla precedente consultazione del 2013.

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Cesare Zampa
La passione per il giornalismo è una “patologia” che mi accompagna sin da bambino e, all’interno di questo progetto, ho la possibilità di coniugarla al tema che seguo con maggior interesse: la politica. Conscio della difficoltà di orientamento nella sempre più complessa geografia politica italiana, ho scelto di cimentarmi in questo settore perché spronato dall’autoreferenzialità delle maggiori testate giornalistiche, convinto dell’esigenza di un punto di vista “depurato” dalle solite logiche partitiche ed economiche. Dopo alcuni anni trascorsi all’interno delle redazioni locali, televisive e della carta stampata, dal 27 agosto 2012 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Puglia (nell’elenco “Pubblicisti”) e adesso sono fiero di vivere, assieme ad alcuni amici e colleghi universitari, quest’altra esperienza di “AltraVoce” con l’auspicio di poter crescere assieme a tutti i nostri lettori.

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