Il Senato salva Minzolini. Addio alla divisione dei poteri

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Il forzista Augusto Minzolini è salvo e può continuare ad occupare abusivamente il proprio seggio in Senato. La sua gratitudine va ai 137 parlamentari che, il 16 marzo scorso, hanno accolto l’ordine del giorno con cui il gruppo di Forza Italia chiedeva all’assemblea di respingere la delibera della Giunta per le elezioni e le immunità, favorevole alla decadenza del giornalista per effetto della condanna definitiva a due anni e mezzo di carcere (che ha chiesto di scontare in affidamento ai servizi sociali) e di interdizione dai pubblici uffici. L’o.d.g. è passato con 90 voti contrari e 20 astenuti. A contribuire allo scempio istituzionale anche 57 senatori del Pd su 98, i quali hanno ricambiato il favore ai colleghi di FI, che proprio il giorno prima, durante la votazione sulla mozione di sfiducia dei 5Stelle nei confronti del ministro renziano Luca Lotti – indagato nell’ambito dell’inchiesta Consip -, uscirono dall’aula per non prendere parte alla votazione. Di questi 57, 19 hanno votato a favore della proposta, 14 si sono astenuti e 24 risultavano assenti. Della Legge Severino, che prevede l’automatica decadenza per i parlamentari condannati a più di due anni di reclusione, ormai non è rimasto più nulla. E la votazione sulla decadenza di Minzolini spalanca le porte ad un’ipotesi ancor più inquietante, che rottama il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (Art. 3 della Costituzione), introducendo un quarto grado di giudizio per i soli parlamentari: quello emesso dalla relativa camera d’appartenenza. Il tutto con buona pace di Aristotele e Montesquieu e della loro antiquata separazione dei poteri. Roba da sfigati. Meglio rottamarla.

Giubilo tra i banchi di FI per l’esito della votazione (Fonte: corriere.it)

Più che nella realtà pare di vivere in una commedia, in cui lo stesso Senato, in qualità di legislatore, all’occorrenza sconfessa quelle decisioni partorite dalla propria assemblea, infischiandosene del malcontento generale che un simile atteggiamento può originare nell’opinione pubblica, così come l’ha originato nella base del Pd. Quanto accaduto a Palazzo Madama crea un singolare precedente nella storia della politica italiana, che adesso potrà far tornare alla ribalta tutti i decaduti eccellenti di questi ultimi anni, a cominciare proprio da Berlusconi, che non potrebbe tornare in pista fino al 2019 e che fu gentilmente accompagnato alla porta da un Pd più unito che mai. Ma all’epoca conveniva così. Il risultato della votazione sulla decadenza dell’ex direttore del Tg1, alle orecchie degli Italiani onesti, risuona un po’ come le parole del Marchese del Grillo: «Ah…mi dispiace. Ma io so’ io…e voi non siete un cazzo!». Perfetta sintesi dell’indecoroso spettacolo offerto dai parlamentari di una camera alta, che più in basso di così non poteva cadere.

Ma andiamo con ordine. Il 12 novembre 2015 Minzolini viene condannato dalla Cassazione per peculato continuato, a causa di alcune spese pazze effettuate con la carta di credito della Rai – quindi con i soldi dei contribuenti – per finalità personali. L’ex direttore berlusconiano dalle mani bucate è stato giudicato colpevole di aver sperperato circa 65mila euro nell’arco di un anno e mezzo. Dopo essere stato assolto in primo grado, la sentenza è stata ribaltata in Appello e successivamente confermata dalla Suprema Corte. Quindi Minzolini non potrebbe più sedere tra gli scranni del Senato e l’assemblea di cui è membro avrebbe soltanto dovuto prendere atto della “incandidabilità sopraggiunta”. E questo sia per effetto della Legge Severino, approvata da tutti i partiti nel novembre 2012 (anche da quelli che in questa occasione l’hanno impietosamente calpestata) che per effetto della Costituzione. In base all’Art. 56, infatti, sarebbero eleggibili gli “elettori”, ma purtroppo, essendogli stata comminata la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, Minzolini per due anni e mezzo, iniziati a decorrere dall’emissione della sentenza, non potrà più né votare né essere eletto. Tuttavia potrà continuare a restare abusivamente al suo posto, cosa che fa già da ben 16 mesi, a suon di 15mila euro mensili netti, a cui aggiungere i contributi previdenziali. Il tutto pagato da chi già ha sborsato i 65mila euro indebitamente spesi. Cioè noi.

 

Augusto Minzolini al Tg1 (Fonte: La Stampa)

Per non farci sentire la mancanza del suo leader, Minzolini ha poi rispolverato il refrain della toga rossa, affermando che la sentenza di primo grado fu ribaltata in Appello da Giannicola Sinisi, tornato in magistratura dopo alcuni trascorsi in politica tra le file del centrosinistra. Ma l’antifona del giudice che emette sentenze a fini politici non regge, poiché l’Appello è un organo collegiale composto da tre membri e non solo da Sinisi; senza contare la conferma della sentenza di secondo grado da parte di altri cinque giudici di Cassazione con la decisione definitiva ed inoppugnabile. Minzolini ha però annunciato di volersi dimettere comunque e di voler tornare ad esercitare la professione giornalistica. Così, mentre s’indigna per un Sinisi che torna ad indossare la toga per “combattere” i suoi avversari politici a colpi di sentenze, nulla dice a proposito di un giornalista che torna ad impugnare la penna per scrivere di chi, fino al giorno prima, sedeva tra gli scranni opposti. E pur rassegnando le dimissioni, l’iter procedurale prevederà tempi biblici che quasi sicuramente si protrarranno sino a fine legislatura. Quindi l’ex direttore del Tg1 non solo completerà il suo mandato, ma riuscirà anche a maturare il “meritato” vitalizio. Pazienza, l’intenzione di alzare i tacchi comunque c’è.

Un cittadino comune, al posto del fortunatissimo senatore, a seguito di una simile pena accessoria non potrebbe nemmeno essere impiegato in una scuola pubblica in qualità di collaboratore scolastico e senza necessariamente attendere la sentenza definitiva. E questo perché non gode della super-protezione parlamentare. Onde evitare questo ulteriore cazzotto nello stomaco agli Italiani, sarebbe il caso che il presidente Mattarella facesse sentire la sua voce o che, perlomeno, i presidenti delle assemblee di Palazzo Madama e Montecitorio sollecitassero le Camere a sollevare il conflitto di attribuzioni dinanzi la Corte Costituzionale contro un Senato che, invece di rispettare la legge, pretende di scavalcare persino le sentenze passate in giudicato.

Viene in mente la pellicola del 2001 “Il favoloso mondo di Amelie” di Jean-Pierre Jeunet. Nel film, la giovane protagonista decide di aiutare tutte le persone a lei vicine e di punire quelle dall’animo meno nobile. Se da un lato, infatti, cerca di rimediare ai problemi di quanti le vogliono bene, dall’altro ne combina di tutti i colori ad un fruttivendolo senza scrupoli, reo di maltrattare un suo dipendente. Ecco, pensate a “Il favoloso mondo di Minzolìn”, con un giornalista prestato alla politica che deve tanto ai suoi colleghi salvatori, mentre fa saltare i nervi a quei cattivoni dei cittadini, i quali s’identificano sempre più nel ruolo del fruttivendolo, avendo ormai una certa dimestichezza con i cetrioli.

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Cesare Zampa
La passione per il giornalismo è una “patologia” che mi accompagna sin da bambino e, all’interno di questo progetto, ho la possibilità di coniugarla al tema che seguo con maggior interesse: la politica. Conscio della difficoltà di orientamento nella sempre più complessa geografia politica italiana, ho scelto di cimentarmi in questo settore perché spronato dall’autoreferenzialità delle maggiori testate giornalistiche, convinto dell’esigenza di un punto di vista “depurato” dalle solite logiche partitiche ed economiche. Dopo alcuni anni trascorsi all’interno delle redazioni locali, televisive e della carta stampata, dal 27 agosto 2012 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Puglia (nell’elenco “Pubblicisti”) e adesso sono fiero di vivere, assieme ad alcuni amici e colleghi universitari, quest’altra esperienza di “AltraVoce” con l’auspicio di poter crescere assieme a tutti i nostri lettori.

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