Consip, lo spettro della Prima Repubblica continua a perseguitare gli Italiani

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Quella legata alla Consip è una vicenda che riassume il solito teatrino all’italiana, fatto di appalti truccati da bandi sartoriali, storie di corruzione, coinvolgimento di personalità illustri e apparati dello Stato, risucchiati da quell’orribile e stomachevole vortice che puzza di favoritismo e familismo. È una storia che rievoca lo spirito corruttivo da Prima Repubblica, catapultato ai giorni nostri. Lo stesso Carlo Azeglio Ciampi, che nel 1997 in qualità di Ministro del Tesoro diede vita alla centrale acquisti della pubblica amministrazione, si starà rivoltando nella tomba, vedendo come oggi quella stessa S.p.a. del Ministero dell’Economia e delle Finanze sia finita al centro di un’inchiesta sull’appalto più importante d’Europa. Stiamo parlando del “Facility Management 4”, dal valore complessivo di 2,7miliardi di euro.

Alfredo Romeo (Fonte: alfredoromeo.it)

L’inchiesta si articola in due filoni giudiziari e scaturisce da un’indagine avviata dalla Procura Antimafia di Napoli su presunti legami tra camorra ed alcuni soggetti assunti dall’impresa di pulizie di Alfredo Romeo e impiegati presso l’ospedale “Cardarelli”. Romeo è uno dei personaggi chiave della vicenda e, tra le sue attività, vi sono proprio i servizi garantiti in appalto per conto delle pubbliche amministrazioni. Dopo un giro di intercettazioni ambientali e telefoniche, l’Antimafia di Napoli giunge all’appalto miliardario indetto dalla Consip, a cui lo stesso Romeo era interessato. A questo punto i magistrati campani si accordano con quelli della Procura di Roma, installando delle cimici negli uffici della centrale acquisti. Ma mentre si cerca di captare qualcosa di utile, ecco che il 15 dicembre scorso l’ad della società, Luigi Marroni, fa bonificare tutti gli ambienti dalle microspie, mandando alle ortiche l’inchiesta o almeno buona parte di essa. Chi ha rivelato la presenza delle cimici al manager toscano? Da qui il secondo filone dell’inchiesta.

Luigi Marroni (Fonte: Regione Toscana)

Marroni rivela che ad avvertirlo sulla presenza delle microspie sarebbe stato il ministro dello sport Luca Lotti, braccio destro di Renzi e suo sottosegretario dal 2014 al 2016. La versione dell’amministratore delegato di Consip viene confermata da Filippo Vannoni, ad della società pubblica “Publiacqua” di Firenze e già consulente dell’esecutivo renziano per le politiche economiche. Dalle dichiarazioni rese dai due manager emergono altri due nomi, ai quali viene attribuita la fuga di notizie: si tratta del Comandante Generale dei Carabinieri Tullio Del Sette e quello della Legione Toscana Emanuele Saltalamacchia. Entrambi i vertici dell’Arma, assieme al ministro renziano, sono ora indagati per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento. Tutti e tre, però, negano ogni responsabilità. E qui già verrebbe spontaneo chiedersi perché mai due individui che devono le loro nomine – e quindi la florida carriera – proprio al “giglio magico” di Renzi, debbano calunniare un suo ministro e due apparati dello Stato?

Luca Lotti dopo il voto a Palazzo Madama (Fonte: Ansa.it)

La cosa sconcertante è che tutti, accusati ed accusatori, restano saldi al loro posto. Lungi da noi emettere sentenze (per quello c’è la magistratura), ma se Marroni e Vannoni, da un lato, e Lotti, Del Sette e Saltalamacchia, dall’altro, affermano contemporaneamente due tesi contrapposte, è evidente che o i due manager dichiarano il falso oppure i tre rappresentanti dello Stato hanno mal esercitato il proprio ruolo, contrastando la legge (e non parliamo del buonsenso) di quello stesso Stato che rappresentano. Invece il governo Gentiloni mantiene tutti al loro posto, ben sapendo che qualcuno mente. Così, mentre poco più di una settimana fa Pd e Ala hanno salvato Lotti dalla mozione di sfiducia presentata dai 5Stelle e votata anche da SI – nel frattempo Forza Italia, Idea e gli scissionisti di Mdp sono usciti dall’aula -, il ministro Padoan ha dichiarato di non ravvedere alcun valido motivo per rimuovere Marroni dal suo incarico pubblico, pur avendo quest’ultimo violato lo statuto della società a causa della mancata denuncia delle pressioni che ha confessato di aver subito.

 

Tiziano Renzi (Fonte: Quotidiano.net)

Tornando al primo filone dell’inchiesta, Romeo sarebbe stato interessato ad alcuni lotti del “Facility Management 4”, ma, non disponendo dei requisiti necessari per l’aggiudicazione, avrebbe corrotto il dirigente Consip Marco Gasparri perché lo aiutasse con i bandi e le osservazioni mosse dalla commissione esaminatrice. Secondo l’impianto accusatorio, l’imprenditore napoletano avrebbe anche cercato di ottenere una fetta più ampia della torta miliardaria, puntando allo stesso Marroni, che avrebbe cercato di raggiungere sfruttando la conoscenza con l’imprenditore farmaceutico toscano Carlo Russo, amico di famiglia dei Renzi. Romeo avrebbe promesso dei soldi a Russo per incontrare Tiziano Renzi, il papà dell’ex premier, al quale avrebbe a sua volta promesso una somma di denaro al fine di esercitare pressioni sui vertici Consip per l’aggiudicazione dell’appalto.

Carlo Russo (Fonte: firenze.repubblica.it)

Queste le accuse che la Procura romana sta cercando di provare. Nel frattempo Romeo, arrestato per corruzione il 1 marzo, resta in carcere e continua a proclamarsi estraneo ai fatti. Stessa accusa per Gasparri, che resta invece a piede libero ed ha deciso di collaborare. Mentre Tiziano Renzi ostenta tranquillità, dopo aver negato tutte le accuse a suo carico davanti ai magistrati romani. Per lui l’accusa è quella di traffico illecito di influenze, così come per Russo, il quale avrebbe inoltre esercitato pressioni su Marroni assieme a Denis Verdini e al suo deputato Ignazio Abrignani, non indagati, per far vincere il lotto di “Roma centro” alla Cofely, azienda cara allo stesso leader di Ala, che, come in occasione della sciagura referendaria, torna ad accostarsi al nome “Renzi” per quella giudiziaria.

Dopo aver lasciato tutti i protagonisti della vicenda al loro posto, ai loro incarichi pubblici, in barba al principio di precauzione adottato quotidianamente da tutti noi, gli stessi componenti del cosiddetto “giglio magico” toscano che gridano al “giustizialismo”, si accusano tra loro e si fidano, contestualmente, sia dell’accusato che dell’accusatore. Tanto per non sbagliare. Ancora una volta, se dovessimo emettere una sentenza morale, individueremmo lo stesso soggetto soccombente di sempre e per lo stesso “reato”: il popolo italiano, colpevole di impotenza. Con tanti saluti al ne bis in idem.

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Cesare Zampa
La passione per il giornalismo è una “patologia” che mi accompagna sin da bambino e, all’interno di questo progetto, ho la possibilità di coniugarla al tema che seguo con maggior interesse: la politica. Conscio della difficoltà di orientamento nella sempre più complessa geografia politica italiana, ho scelto di cimentarmi in questo settore perché spronato dall’autoreferenzialità delle maggiori testate giornalistiche, convinto dell’esigenza di un punto di vista “depurato” dalle solite logiche partitiche ed economiche. Dopo alcuni anni trascorsi all’interno delle redazioni locali, televisive e della carta stampata, dal 27 agosto 2012 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Puglia (nell’elenco “Pubblicisti”) e adesso sono fiero di vivere, assieme ad alcuni amici e colleghi universitari, quest’altra esperienza di “AltraVoce” con l’auspicio di poter crescere assieme a tutti i nostri lettori.

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