22 marzo 1765: quando gli “attentatori” eravamo noi

0
72

Per l’ennesima volta ieri il mondo si è fermato, attonito. Per l’ennesima volta abbiamo visto quelle immagini cruente che ci hanno fatto tornare alla mente Bruxelles, il Bataclan, Madrid, le Twin Towers. Per l’ennesima volta abbiamo cercato di coprire gli occhi dei nostri figli, cercando teneramente di tenerli ancora al riparo da tutto il male che ci circonda.

Ieri un SUV, procedendo ad alta velocità sul Westminster Bridge, ha travolto numerosi passanti che camminavano sul marciapiede, prima di andarsi a schiantare contro il cancello del Parlamento inglese. Le immagini ci fanno vedere come una donna addirittura precipiti dal ponte, forse per salvarsi dalla furia del fuoristrada, forse perché sbalzata proprio dalla carrozzeria dell’auto. Una volta terminata la corsa del mezzo, il guidatore (“un soldato del Califfato” secondo la società SITE – che si occupa della ricerca e della pubblicazione delle attività jihadiste in rete -, tesi confermata poi dalla rivendicazione dello Stato Islamico attraverso la propria agenzia di propaganda “Amaq”) è sceso dalla vettura e si è accanito contro l’agente di sicurezza Keith Palmer, inferendogli una dozzina di coltellate. L’attentatore è stato poi raggiunto da tre colpi d’arma da fuoco sparati da poliziotti in borghese, uno all’altezza delle gambe e gli altri due all’addome. Il bilancio dell’attentato è di 4 vittime, tra cui l’attentatore, e 40 feriti, di cui due italiane.

L’attentato è avvenuto ad un anno esatto da quelli sanguinosi di Bruxelles, che causarono 35 morti e 340 feriti. Ma il 22 marzo è la data di un altro attentato terroristico. Un attentato perpetrato dallo stesso Regno Unito. Un attentato contro la democrazia. Era il 22 marzo del 1765.

Ma andiamo per gradi. La Gran Bretagna del XVIII secolo si accingeva a diventare l’impero più grande e florido del mondo, ed una delle sue colonie più importanti era sicuramente quella che poi sarebbe diventata gli Stati Uniti d’America. L’imperialismo britannico si è sviluppato con autorità e pugno duro, checché ne dicano le numerose autonomie amministrative concesse agli stati colonizzati. Come a dire, scegliti i tuoi rappresentanti ma l’ultima parola spetta a Londra. E in alcune colonie questa autonomia non era stata nemmeno concessa. Esemplare il caso del Galles, dove fu abolito il gavelkind locale (ripartizione delle terre in modo equo per tutti i figli) per introdurre il sistema inglese (terre solo al primogenito), più improntato al capitalismo.

Dopo la seconda metà del Settecento i rapporti con le 13 colonie americane cominciarono ad incrinarsi: spartiacque in tal senso fu la Guerra dei Sette Anni (1756-1763), definita da Churchill “prima vera guerra mondiale”, che creò un enorme buco nell’economia inglese, un debito che portò a una crisi finanziaria senza precedenti. In poche parole, il grande Impero britannico si era improvvisamente ritrovato con le pezze al culo.

Furono emanate successivamente una serie di tasse sulle colonie, fra le quali il terribile Sugar Act (1764), che prevedeva rigide imposte per prodotti importati dalla madrepatria come zucchero, vino e alcolici, caffè; ma fu il 22 marzo 1765 che si consumò l’attentato vero e proprio.

In quel giorno di duecentocinquantadue anni fa infatti il segretario del Tesoro britannico, Thomas Whately, in pieno accordo col piano di imposte progettate dal Primo Ministro Grenville, creò lo Stamp Act, forse la tassa più indigesta ai coloni americani.

Questa tassazione prevedeva:

  • un bollo su ogni documento o giornale stampato. Si andava dal penny per ogni pagina di giornale o pamphlet fino a un massimo di 10 sterline per le licenze giuridiche.
  • delegittimazione dei tribunali locali americani a scapito del Tribunale dell’Ammiragliato, organo puramente britannico e investito di poteri maggiori.

Fu un vero attentato perché i coloni non erano stati rappresentati quand’era stata decisa l’imposizione di questa tassa, e il principio di consenso sui tributi da pagare era stato messo nero su bianco addirittura nel 1215, all’interno del documento giuridico inglese forse più famoso, la Magna Charta. Fu un attentato alla loro libertà e alla democrazia, fu un attentato commesso con la spocchia e la presunzione tipiche dei colonizzatori e con obiettivi subdoli ben precisi: le tasse infatti, tra gli altri, andavano a colpire pesantemente gli avvocati, i giudici, e gli studenti, dando in pratica una mazzata alla loro carriera e precludendo ogni possibilità di creazione di una classe dirigenziale americana.

Fu un attentato diverso, vittime reali non ce ne furono, ma a morire fu la dignità di un popolo – quello britannico – che con Cromwell ritrovò il diritto di contare qualcosa, ma che con un colonialismo sfrenato, dal XVI al XX secolo, lo fece perdere a tutti i popoli che andò a conquistare.

Il 22 marzo ritorna ancora a gettare ombre sul Regno Unito.

CONDIVIDI
Articolo precedenteLa Cina compra aria dal Canada
Prossimo articoloLA FREDDURA DEL GIORNO
Emiliano Fraccica
Il mio nome è Emiliano Fraccica e frequento il C.d.L. in Scienze della Comunicazione a Bari. In realtà sono di Taranto, città piena di problemi sia dovuti all'inquinamento che alla mentalità. Mi definisco una persona curiosa, che cerca di vedere sempre il lato positivo e ridicolo di ogni situazione, e che per questo non si fa scoraggiare quasi mai. Ho sposato questo progetto perché credo nel potere della "penna che uccide più della spada", credo nell'informazione e nella cultura, e credo nella passione comune che io e gli altri redattori, miei amici fidati, condividiamo, la passione del giornalismo, sia esso "comodo" o "scomodo".

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here