Turchia, addio all’Europa? Ecco cosa cambia con il folle referendum costituzionale

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Potrebbe cambiare il destino dell’Unione Europea grazie a quello che sta accadendo in Turchia nelle ultime ore. Domenica scorsa infatti, i turchi sono stati chiamati alle urne per esprimere il proprio parere circa il referendum che permetterebbe (e ormai possiamo dirlo quasi ufficialmente, permetterà) il passaggio nel Paese del Bosforo da una democrazia parlamentare ad un purissimo presidenzialismo, il quale aumenterebbe a dismisura i poteri (già smisurati) del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Tutti i media ne parlano, e noi di AltraVoce cercheremo in modo semplice ed efficace di schiarirvi le idee.

In quale contesto nasce il referendum e cosa prevede

In Turchia vige ormai da sette mesi uno stato d’emergenza richiesto dal presidente Erdoğan subito dopo il tentato golpe del 15 Luglio 2016. Le dinamiche di quella vicenda, nota in tutto il mondo, sono ancora oggi poco chiare: il presidente turco ha accusato dell’accaduto Fethullah Gülen, politologo e predicatore esule in America dopo aver accusato alcuni uomini del partito AKP (il partito di Erdoğan) di corruzione nel 2013.
Lo stesso Gülen invece ritiene che il colpo di Stato sia una messa in scena creata ad hoc proprio per annunciare lo stato d’emergenza: ricordiamo, infatti, che in un Paese ritenuto in stato d’emergenza sono pesantemente limitate le libertà di movimento e di stampa. È venuto quindi a crearsi un regime favorevole al capo di Stato, soprattutto in virtù del fatto che, proprio per le limitazioni di queste libertà, la campagna elettorale referendaria a favore del “Sì” ha avuto strada spianata, mentre i sostenitori del “No” hanno dovuto agire quasi clandestinamente. È facile intuire come, alla luce di quanto detto, si sia partiti già da una situazione di palese squilibrio.
Un altro dettaglio oscuro è il continuo prolungamento dello stato d’emergenza che ormai va avanti dal mese di Ottobre, periodo in cui doveva originariamente scadere il provvedimento.

Prima di focalizzarci sui dettagli del referendum occorre innanzitutto fare un excursus circa quella che è la struttura politica del Paese anatolico oggi.
La Turchia è una Repubblica parlamentare dal 1923, anno in cui dopo la prima disastrosa guerra mondiale, l’Impero ottomano si sgretolò anche a causa di alcune pressioni interne e a capo della neonata Repubblica si insediò Mustafa Kemal Atatürk, già leader del movimento dei “Giovani turchi”.
Atatürk si rivelò una presidente efficace e moderno: laicizzò lo Stato, garantì gli stessi diritti a uomini e donne, proibì l’uso del velo nei luoghi pubblici e istituì il suffragio universale e la Domenica come giorno festivo, tanto da essere considerato oggi eroe nazionale. In questo contesto la Turchia è stata protagonista di una crescita smisurata, che l’ha portata qualche anno fa a richiedere l’ingresso di diritto nell’Unione Europea.

La riforma della Costituzione voluta da Erdoğan però, che andrà a modificare 18 punti della suddetta, sembra essere un grave passo indietro per il Paese. Ecco sostanzialmente cosa prevede:

  • Il capo dello Stato sarà direttamente eletto dal popolo e acquisirà i poteri esecutivi fino ad oggi attribuiti al Premier. Avrà la facoltà di proporre leggi, respingere al Parlamento i disegni di legge chiedendone una revisione, potrà nominare e destituire a proprio piacimento vicepresidenti, ministri e funzionari governativi, e potrà emettere decreti legislativi su argomenti attualmente di competenza del Governo escluse materie relative ai diritti civili e politici. Potrà infine mantenere rapporti col proprio partito (oggi impossibile a causa di un giuramento d’imparzialità) e, in caso di stato d’emergenza, sospendere anche i principali diritti civili e le libertà fondamentali.
  • Viene fortemente ridimensionato il ruolo di controllo del Parlamento, in quanto sarà abolita la possibilità di richiedere un’eventuale mozione di sfiducia; il Parlamento potrà solo richiedere informazioni a Presidente e ministri, e indire riunioni per discuterne l’operato.
  • La nuova Costituzione entrerà in vigore nel 2019, azzerando il periodo di presidenza di Erdoğan che quindi si ritroverebbe a cominciare un nuovo quinquennio con la nuova riforma, che prevede un massimo di due mandati con prelazione per un terzo. Ciò vorrebbe dire, a livello puramente teorico, che l’attuale presidente turco potrebbe rimanere in sella fino al 2034.

Si evince chiaramente, senza alcuna dietrologia, che la riforma costituzionale spiani il terreno a un lungo periodo di autocrazia in stile mediorientale, situazione che non gioverebbe affatto all’UE.
La vittoria del “Sì” è stata risicata, 51,3% contro il 48,7% del “No”. Il referendum ha perso nelle grandi città: Istanbul, Ankara e Smirne. Pesantissimo sul risultato è stato altresì l’apporto dei voti provenienti (e molto discussi) dal resto d’Europa:

Percentuale di turchi che hanno votato “Sì” alla riforma all’estero (TermometroPolitico.it)

Come potete constatare dalla foto, all’estero è prevalso il “Sì” in nazioni chiave: le percentuali vanno espresse in proporzione alla presenza di turchi sul territorio, ma basti pensare che dei circa 3 milioni di elettori chiamati alle urne nel resto d’Europa, 2milioni e 300mila provengono solamente da Germania e Francia.

Quale futuro per la Turchia e l’Europa?

Tra le fazioni politiche turche è il caos più totale: su segnalazione del principale partito d’opposizione, il kemalista Chp, l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) tramite Tana De Zulueta, a capo della missione OSCE in Turchia, ha bocciato l’esito referendario, accusando gravi mancanze rispetto agli standard internazionali richiesti per la libertà ed equità di voto.
Il seme della discordia riguarderebbe quasi 2,5 milioni di schede non timbrate (e quindi facilmente manipolabili) riscontrate nel 37% dei seggi.
Il Ysk, la Commissione elettorale suprema turca, ha respinto le accuse di sabotaggio affermando l’assoluta regolarità delle votazioni e ricordando altri due precedenti, del 1994 e del 2004: tuttavia preme sottolineare come, proprio una legge elettorale del 2010, abbia espressamente vietato le buste senza timbro.
Il mistero si infittisce se consideriamo che, annunciato ieri mattina il ricorso del Chp alla Commissione, tre esponenti della stessa sono morti in un incidente aereo nel medesimo pomeriggio ufficialmente per pessime “condizioni atmosferiche”. Il segnale aereo è stato perso dieci minuti dopo il decollo, e la carcassa dell’elicottero che ospitava a bordo ben dodici persone è stata ritrovata tra Çambulak e Kocatepe, in una zona montuosa a Nord del Paese.

Nel frattempo noncurante di tutto ciò Erdoğan incassa la stima ed i complimenti di Trump e lancia stilettate all’Europa, più che mai disunita:  nel discorso post-referendum ha già annunciato la possibilità di andare a votare in maniera imminente per la reintroduzione della pena di morte, salutando nei fatti la possibilità di un ingresso in Europa per la Turchia.
I criteri per l’entrata, chiamati formalmente Criteri di Copenaghen, sono molto stringenti e prevedono:

  • istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani, e il rispetto delle minoranze
  • l’esistenza di un’economia di mercato funzionante e la capacità di fronteggiare la competizione e le forze del mercato all’interno dell’Unione
  • la capacità di sostenere gli obblighi derivanti dall’adesione, inclusi l’adesione all’unione politica, economica e monetaria

La pena di morte si scontrerebbe con il primo di tali criteri, già nodo cruciale del mancato ingresso del Paese in UE a causa della repressione attuata nei confronti della minoranza curda da parte del governo turco e del mancato riconoscimento del genocidio degli armeni fra il 1915 ed il 1916.
Occorre tuttavia ricordare, all’interno di un dibattito di più ampio respiro, che l’Unione ha in un certo senso “le mani legate” dall’accordo stipulato un anno fa proprio con la Turchia in tema di immigrazione: la Turchia accettò nell’occasione di riprendersi tutti gli immigrati irregolari siriani arrivati sulle coste greche in cambio di 6 miliardi di euro e alcune concessioni politiche.

Insomma, Erdoğan pare avere il coltello dalla parte del manico; vedremo quali saranno gli aggiornamenti di questa vicenda, che, comunque vada, sembra portare l’Europa e il mondo ad una situazione di regressione, sul piano dei rapporti internazionali e della politica interna, di uno Stato fondamentale nel panorama internazionale.

 

 

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Damiano Cosimo Lorusso
Mi chiamo Damiano Lorusso, sono nato a Bari il 28 Gennaio 1992, e sono un laureando in Scienze della Comunicazione presso l'università degli studi di Bari "Aldo Moro", con una tesi riguardante il ruolo degli ultras nella società italiana contemporanea. Come potete dedurre le mie più grandi passioni sono lo sport e la scrittura, ed è per questo che ho sempre cercato di coniugare le due cose, dapprima collaborando con la testata online "Socialcalcionews.it", e poi con il periodico mensile digitale e cartaceo "NelMese", di proprietà della "Les Flâneurs Edizioni", come redattore di cronaca bianca per la provincia di Bari.

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