Di cambiamento e conservazione: il voto francese tra paradossi e contraddizioni

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I francesi hanno deciso. A giocarsi la partita decisiva per l’Eliseo, come previsto dai sondaggi (forse mai così precisi), saranno Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Il primo, leader del movimento En Marche!, è un astro nascente della politica transalpina: 39 anni, ex banchiere, saldamente agganciato a una prospettiva europeista, iscritto per quindici anni al Partito Socialista – di cui rappresentava l’ala centrista e liberale – ha ricoperto il ruolo di Ministro dell’Economia nel secondo governo Valls, ma non è mai stato candidato ad alcun ruolo prima delle attuali presidenziali. La seconda, 48 anni, figlia di Jean-Marie Le Pen, è la leader del Front National, partito di estrema destra, già candidata alle precedenti elezioni del 2012, in cui arrivò al terzo posto con il 17% dei consensi.

Siamo di fronte a un passaggio storico per la Francia e non solo, per tutta una serie di ragioni.
In primo luogo perché, sulla base dei risultati, le formazioni politiche tradizionali sono state travolte: il Partito Socialista, il cui candidato Hamon si è fermato ad un umiliante 6% rispetto al 28,6% del predecessore Hollande, e i Repubblicani, segnati dagli scandali giudiziari di Fillon, per la prima volta dal 1958 si sono ritrovati entrambi esclusi dal ballottaggio. Per dare una misura della disfatta, si pensi che, insieme (26,2%), non raggiungono la percentuale ottenuta dai soli Repubblicani nelle precedenti presidenziali (27,1%).

In secondo luogo perché, in questo scenario, ad emergere è la figura di un – relativamente – neofita della scena politica francese: il sopracitato Emmanuel Macron, leader del neonato movimento En Marche!, privo di una struttura partitica radicata nella società, nella cultura e nel territorio francese e potenzialmente il più giovane Presidente dai tempi dell’imperatore Napoleone.

In terzo luogo perché, per la prima volta, pur aspettandosi probabilmente un risultato persino più ampio (favorito dalla crisi economica, dai fallimenti del governo Hollande, dal terrorismo che ha sconvolto la Francia e dal costante dibattito sull’immigrazione), il Front National ha superato la soglia del 20% in un’elezione presidenziale, migliorando di un 1,2 milioni di voti il risultato del 2012 e passando dal 17,9% al 21,4%, da appena un dipartimento conquistato a pressoché cinquanta. Se al risultato di Marine Le Pen si somma quello a sua volta storico (19,6%) del candidato di sinistra Jean-Luc Mélenchon, per le cosiddette forze anti-sistema – seppur con notevoli differenze tra l’una e l’altra e senza contare le formazioni minori – si arriva al 41%.
In quarto luogo perché, in un’analisi più ampia a livello europeo, il crollo vertiginoso del Partito Socialista segna l’ennesimo colpo alla socialdemocrazia, già fiaccata dalla scomparsa del Pasok in Grecia, dal voto olandese, dalla crisi dei labouristi in Gran Bretagna e dalla stasi del PSOE in Spagna.

In quinto luogo si conferma, quantomeno in Occidente, una tendenza uniforme (se si esclude l’Italia): il voto dei più giovani, in particolar modo nella fascia d’età 18-24 anni è sempre orientato a scelte tematiche, di candidati e di partiti di carattere progressista e di sinistra. È stato così per la vittoria di Tsipras in Grecia e dei socialisti e comunisti in Portogallo, per il risultato di Podemos in Spagna, per il no alla Brexit, per la corsa di Bernie Sanders alle primarie del Democratic Party, per Hillary Clinton contro Donald Trump e in questo caso per Jean-Luc Mélenchon.   

Nella loro storicità, tuttavia, i risultati di questo primo turno rivelano una serie di paradossi e di contraddizioni, tanto nella scelta in sé dei francesi, quanto nelle analisi finora esposte.

Si è detto, ad esempio, che il voto dei francesi rappresenta un segnale punitivo nei confronti del governo Hollande. Il paradosso è che, a beneficiarne, è stato Macron, consigliere economico di Hollande dal 2012 al 2014 e Ministro dell’Economia dal 2014 al 2016. Ad essere punito, invece, è stato Hamon, compagno di partito di Macron e Hollande, ma che delle loro politiche economiche e sociali condivideva e condivide ben poco.

Si è aggiunto, poi, che il voto a Macron rappresenta il superamente delle strutture e delle barriere ideologiche del ‘900 (come se il sempre eterno liberalismo non lo fosse), ma si tratta di una lettura parziale che non tiene in considerazione il boom di Mélenchon e la continua crescita della Le Pen, ossia di due candidati saldamente ideologici e ancorati a una distinzione identitaria tra destra e sinistra. Una distinzione, questa, che la leader del Front National – nel tentativo di allargare la platea elettorale del proprio partito – tenta di occultare solamente a livello comunicativo (ad esempio quando afferma che oggi la contesa politica non è più tra destra e sinistra, ma tra patrioti e non patrioti, tra sistema e anti-sistema, tra sovranisti e nemici della sovranità nazionale).


Si è affermato, infine, che quella di Macron è una scelta di «cambiamento». Sicuramente lo è in termini anagrafici per la giovane età del candidato, sicuramente lo è in termini di contesa politica rispetto alla classico scontro tra Repubblicani e Socialisti, ma analizzando i flussi elettorali pare al contrario una scelta politica di conservazione. A votare per il candidato di En Marche! non sono state quelle categorie sociali più penalizzate dalla crisi economica e che avrebbero avuto tutti gli interessi a cambiare lo status quo (disoccupati, ceti bassi, giovani, etc.) bensì i ceti più agiati e i precedenti elettori di quei partiti centristi, liberali e moderati delle precedenti tornate elettorali (Udi e Modem tra tutti).

Come si può osservare dall’analisi sociologica dell’elettorato condotta dall’Ipsos, Macron primeggia col 32% dei consensi tra le famiglie con un livello di reddito superiore ai 3000 euro, sopravanzando persino i Repubblicani, storici rappresentanti di quel bacino elettorale. A prevalere nettamente tra le famiglie con reddito basso e medio-basso sono i due candidati di radicale rottura, la Le Pen col 32% e il 29% e Mélenchon con il 25% e il 23%

La situazione non cambia se si analizza la professione: Macron largamente avanti tra chi esercita un ruolo dirigenziale (33% delle preferenze) e secondo tra i pensionati (26%), ossia tra due categorie poco avvezze (per usare un eufemismo) al cambiamento. Al contrario, a dominare tra gli operai e gli impiegati è ancora una volta la leader del Front National con il 37% e il 32% dei consensi, seguita a ruota da Mélenchon.

Ciò emerge nettamente anche osservando le preferenze di chi è disoccupato: il duo Mélenchon – Le Pen supera il 57%, con il rappresentante di En Marche! fermo al 14%. Tale tendenza emerge altresì dalle elaborazioni realizzate da YouTrend, che evidenziano una correlazione positiva tra tasso di disoccupazione e voto alla Le Pen e aumento dei voti a Macron nei dipartimenti in cui la disoccupazione è inferiore.

Quindi, quello che per Macron è stato definito un voto di «cambiamento», in realtà, paradossalmente, rappresenta un voto di reazione, se analizziamo i flussi elettorali e se poniamo Mélenchon e la Le Pen, seppur in forme diverse, come i due effettivi candidati di rottura e di cambiamento. Il paradosso finale è rappresentato dal ballottaggio: per scongiurare il rischio del Front National al potere, i francesi saranno chiamati a votare proprio colui che incarna le cause dell’ascesa dei vari Le Pen sparsi nel mondo.

«Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente», avrebbe detto Mao.

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