Verlaine e Rimbaud, amore maledetto in una Francia troppo borghese

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Questa storia comincia il 24 settembre 1871, quasi per caso. Comincia da un giovane allo sbando, un diciassettenne disgustato dalla vita di paese e desideroso di conoscere la straripante e viziosa Parigi. L’adolescente Rimbaud è disperato: la mediocrità in cui versa Charleville, paesino delle Ardenne, la rigidità integralista di una madre troppo religiosa, un padre militare che è scomparso nel nulla, tutto questo lo soffoca, ha bisogno di spazio, ha bisogno della Ville Lumière. Decide di rivolgersi a un poeta maturo, già affermato, uno dei famosi parnassiani, invocando il suo aiuto, spedendogli delle poesie nella speranza che fossero apprezzate. Quel poeta era Paul Verlaine.

Verlaine viveva nella casa dei suoceri, nel quartiere degli artisti parigino, Montmartre, insieme alla moglie Mathilde, incinta già da parecchi mesi. Qualcosa in quelle poesie, in quei versi crudi, pieni di parole esotiche ed esoteriche, neri come la pece, lo colpisce. Accoglie quindi con tutti i crismi il giovane Rimbaud in casa sua, consapevole del fatto di star aprendo la porta ad un predestinato.

Sull’uscio di casa è molta la sorpresa quando davanti a lui gli si para un ragazzino minuto, emaciato, coi capelli arruffati e gli occhi di un blu glaciale. Verlaine si aspettava ben altro, ma forse l’amore è anche questo: indeterminazione, scompiglio. Era il 24 settembre 1871 quando Verlaine apriva le porte, ignaro, al suo destino.

Tra Verlaine e Rimbaud si instaurano subito un affetto, una simpatia che di lì a poco sarebbero trascesi, facendo precipitare i due nel vortice di una passione senza confini. Il 15 novembre i due vengono visti a braccetto in un teatro parigino, tempo un giorno e sui giornali si legge: “Paul Verlaine stava a braccetto con un’affascinante signorina, Madamoiselle Rimbaud”. L’articolo è scritto da Edmond Lepelletier, e forse anche con un pizzico di gelosia: prima infatti c’era lui nelle grazie del Verlaine.

I due vivono un amore tormentato, ostacolato da una Parigi bempensante e borghese, obnubilato dai loro vizi, dall’assenzio consumato a fiumi, dalle droghe che distoglievano la mente dal mal du siècle generale, fedifrago, poiché Verlaine aveva pur sempre una moglie e un figlio. Ma spesso l’amore ci rende ciechi, completamente schiavi del desiderio e delle passioni.

Spesso l’amore è così forte da non farci vedere quel sottile confine tra realtà e pazzia, spesso per amore commettiamo delle follie senza nemmeno accorgercene. E dev’essere una follia quella che spinge i due alla fuga insieme, nel luglio del 1872. Nel loro peregrinare arrivano a Bruxelles e a Londra. Verlaine comincia a scrivere “Romances sans paroles”, suo capolavoro, testimonianza di un sentimento così tracotante da annullare ogni possibilità di poterlo descrivere. Le parole diventano vacue, secondarie alle emozioni.

L’amore però, come ci ricordano spesso anche i nostri nonni, non è tutto rose e fiori. I due litigano, si mal sopportano, fanno la pace, ma le liti ritornano, più cruente di prima. E non aiutano assenzio e droghe, colpevoli di aver alterato la loro sanità mentale. Alle fatine verdi stavolta non è riuscito l’incantesimo.

Verlaine, in uno dei suoi classici ripensamenti, il 3 luglio del 1873, lascia l’amante a Londra, deciso a tornare a casa per implorare il perdono di sua moglie e la riconciliazione. Rimbaud è distrutto. E senza soldi. Scrive quindi strazianti lettere al suo Paul, come questa, un giorno dopo la partenza di Verlaine:

Londra, venerdì pomeriggio
4 luglio 1873
Ritorna, ritorna, amico mio, caro, unico amico, ritorna. Ti giuro che sarò buono. Se sono stato grossolano con te, era uno scherzo in cui m’incaponivo, me ne pento più di quel che non sia possibile dire. Ritorna, tutto sarà dimenticato. Che disgrazia, che tu abbia dato peso a quello scherzo. Da due giorni non smetto di piangere. Ritorna. Sii coraggioso, amico mio, caro. Non c’è niente di irrimediabile. Basterà che tu rifaccia il viaggio. Ricominceremo a vivere qui, coraggiosamente, pazientemente. Te ne supplico. È il tuo bene, del resto. Ritorna, troverai tutte le tue cose. Spero che ormai tu abbia capito, non c’era niente di vero nella nostra discussione. Che momento crudele! Ma tu, quando ti facevo segno di scendere dal piroscafo, perché non sei tornato? Avremo vissuto insieme due anni, per arrivare a un momento come quello! Che farai, adesso? Se non vuoi tornare qui, vuoi che venga io, a trovarti dove sei?
Si, il torto era mio.
Oh non mi dimenticherai, di’?
No, non puoi dimenticarmi.
Io ti ho qui, sempre.
Di’ rispondi al tuo amico, non dobbiamo più vivere insieme?
Sii coraggioso. Rispondimi in fretta.
Non posso restare qui più a lungo.
Ascolta il tuo buon cuore, nient’altro.
Presto, di’ se devo raggiungerti.
Tuo per tutta la vita. Rimbaud 

Verlaine non è ancora in Francia, resta a Bruxelles per qualche giorno, quando alla sua porta si ripresenta ancora una volta il suo Arthur. Sembra una riconciliazione da film romantici, ma è solo il preludio di una tragedia mancata. Rimbaud annuncia di voler tornare a Parigi, stanco dei continui ripensamenti del suo amato. Il 10 luglio Verlaine compra un revolver Lafaucheux, torna da Rimbaud e accecato dalla rabbia esplode due colpi, gridando: “Prendi, ti insegno io a voler partire!”.

Un proiettile centra il pavimento, l’altro prende di striscio il polso di Rimbaud. L’amore che si trasforma in furia.

Rimbaud non vuole denunciare Verlaine, ma incamminandosi verso la stazione viene minacciato di nuovo dallo stesso, sempre revolver alla mano. Per Rimbaud è troppo, ferma un poliziotto e lo fa arrestare. L’episodio del tentato omicidio passerà in secondo piano, la vera colpa di Verlaine, secondo giudici, forze dell’ordine, opinione pubblica, è quella di aver amato un uomo. Prima di finire in carcere per 18 mesi Verlaine sarà sottoposto ad umilianti esami corporali. “P. Verlaine porta sulla sua persona delle tracce di abitudine di pederastia attiva e passiva”. Un amore non compreso, osteggiato, contro natura.

Rimbaud non supera facilmente l’accaduto. I dissapori con Paul, gli spari, la separazione definitiva, lo porteranno a terminare la sua opera più importante, “Une saison en enfer” , letteralmente “una stagione all’inferno”. Un amore finito male, che si porterà gli strascichi psicofisici per tutti gli anni a venire. Un amore che ha destato scandalo, ha sconvolto, ma che in fondo è esempio mirabile della brutalità delle passioni umane, e le passioni – ricordiamolo – non hanno sesso né genere.

Rimbaud muore a soli 37 anni nel 1891, in seguito ad una cancrena che gli ha paralizzato quasi tutto il corpo. Verlaine muore a 52 anni nel 1896, per una polmonite.

Oggi i due sono seppelliti rispettivamente nel cimitero di Charleville-Mézières e in quello de Les Batignoles, in piena Parigi. A dividere i due corpi 245 chilometri, a dividere le due anime ormai più nulla.

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Emiliano Fraccica
Il mio nome è Emiliano Fraccica e frequento il C.d.L. in Scienze della Comunicazione a Bari. In realtà sono di Taranto, città piena di problemi sia dovuti all'inquinamento che alla mentalità. Mi definisco una persona curiosa, che cerca di vedere sempre il lato positivo e ridicolo di ogni situazione, e che per questo non si fa scoraggiare quasi mai. Ho sposato questo progetto perché credo nel potere della "penna che uccide più della spada", credo nell'informazione e nella cultura, e credo nella passione comune che io e gli altri redattori, miei amici fidati, condividiamo, la passione del giornalismo, sia esso "comodo" o "scomodo".

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