Se questo è un suicidio: 30 anni senza Primo Levi

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Sono le 10 e 20 di un sabato come tutti gli altri. Precisamente è sabato 11 aprile 1987. Un settantenne distinto, come da abitudine, si fa consegnare la posta dalla sua portinaia sull’uscio di casa. Potrebbe finire così questa storia, ma qualcosa va storto (oppure no?): la caduta, un rumore sordo, il corpo martoriato riverso a terra a ridosso degli scalini, senza vita. Alle 10 20, al numero 75 di Corso Umberto a Torino muore Primo Levi.

La portinaia in seguito racconterà: «Mi ha accolto come al solito. Un sorriso, un grazie. Non ho notato in lui nulla di strano. Sapevo che da tempo era depresso. (…) La moglie, la signora Lucia, era uscita per la spesa. Sono tornata giù. Ho sentito un tonfo. Ho guardato dai vetri della guardiola e ho visto il corpo sfracellato.»

Fosse stato qualcun altro si sarebbe sicuramente archiviato il caso alla voce “incidente”. Ma Primo Levi non era una persona come tutte le altre.

Quarantadue anni prima era scampato al dramma di Auschwitz, era un ebreo che sarebbe stato sicuramente destinato alla morte se non fosse stato per le sue competenze in campo chimico che gli valsero l’assunzione alla Buna, fabbrica adibita alla produzione di gomma sintetica.

Tornato a casa non sarà mai più lo stesso. Le atrocità vissute sulla sua pelle lo perseguiteranno per il resto dei suoi giorni, insieme ad un misto di vergogna e di colpa per essersi salvato a dispetto di tanti che invece non hanno avuto la stessa fortuna.

Levi riesce però a incanalare tutti questi sentimenti, inizia a scrivere e a raccontare gli orrori del campo di sterminio polacco, usando un linguaggio crudo e spietato, il più veritiero possibile. Non è un caso se Levi abbia aspettato 11 anni (e due rifiuti) prima di pubblicare su Einaudi Se questo è un uomo.

Pubblicherà una moltitudine di lavori sul tema dell’Olocausto, tra i quali ricordiamo La tregua e I sommersi e i salvati. 

Il male e i sensi di colpa però torneranno, più forti di prima, fino proprio al fatale 11 aprile dell’87.

C’è chi parla di un Levi a pezzi, così stanco di una vita che quasi non si meritava. C’è chi parla di suicidio.

L’ipotesi però, a mio avviso, non regge completamente, e può essere confutata da alcune osservazioni:

  • Levi non ha lasciato nessun biglietto d’addio.
  • Chi incontrava Levi in quel periodo parlava di un uomo pieno di buon umore.
  • Levi aveva confermato e pianificato diversi impegni nel post 11 aprile.
  • Un aspirante suicida sceglierebbe, di norma, un altro modo per togliersi la vita, magari più “rapido e indolore” di una caduta dalle scale.

Chi crede ad un uomo schiacciato dal suo passato, divorato dalla vergogna per essere sopravvissuto, a tal punto da suicidarsi, a mio avviso, sbaglia.

Levi era pieno di voglia di vivere, di scrivere, di mettere nero su bianco tutti quegli orrori subiti, sperando di evitare, anche grazie alla sua testimonianza, che una simile tragedia si ripetesse.

Scrisse Ferdinando Camon, scrittore contemporaneo e grande amico di Levi: «Primo Levi è morto di sabato, il martedì dopo m’è arrivata una sua lettera. Mi viene addosso una tristezza infinita e mi dico: “Ecco, adesso mi spiega perché ha deciso di uccidersi”. Mi aspetto la confessione che vivere gli è impossibile, che dopo Auschwitz lui non viveva ma sopravviveva, che vivere ancora per lui è una colpa, che sulla Terra non c’è spazio per le vittime dello Sterminio e per chi lo nega, che lui si uccide adesso ma doveva farlo quarant’anni prima, e che dunque le spiegazioni non vanno cercate in quel che succede adesso, ma in quel che era successo 45-40 anni prima. Questo m’aspetto, aprendo la lettera, che dev’essere stata l’ultima che ha scritto e imbucato. Se m’è arrivata al martedì, doveva averla imbucata il sabato: dunque durante la passeggiata che faceva ogni mattina. La apro: un inno alla vita, un vortice di programmi, speranze, attese, da riempire settimane, mesi e anni»

Primo Levi dunque solo vittima di un incidente, di una perdita di equilibrio che lo ha fatto precipitare giù dalle scale? Oggi, a 30 anni esatti dall’accaduto, ancora non si può dire con certezza, e probabilmente la verità non la sapremo mai.

Quello che rimane è sicuramente il vuoto che un grande come Levi ha donato in eredità al panorama letterario italiano e mondiale, lasciando ‘orfani’ tutti quelli che, come lui, hanno dovuto subire gli strazianti abusi di una guerra terribile, sconvolgente.

Oggi, a 30 anni esatti dall’accaduto, per le sue testimonianze, per il suo coraggio, per la forza che gli ha dato la possibilità di scrivere e di far conoscere “la banalità del male”, per tutto questo, ancora gli diciamo grazie.

 

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Emiliano Fraccica
Il mio nome è Emiliano Fraccica e frequento il C.d.L. in Scienze della Comunicazione a Bari. In realtà sono di Taranto, città piena di problemi sia dovuti all'inquinamento che alla mentalità. Mi definisco una persona curiosa, che cerca di vedere sempre il lato positivo e ridicolo di ogni situazione, e che per questo non si fa scoraggiare quasi mai. Ho sposato questo progetto perché credo nel potere della "penna che uccide più della spada", credo nell'informazione e nella cultura, e credo nella passione comune che io e gli altri redattori, miei amici fidati, condividiamo, la passione del giornalismo, sia esso "comodo" o "scomodo".

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