Merda d’artista=arte di merda?

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“Mamma, che ne dici di un romantico a Milano? Fra i Manzoni preferisco quello vero, Piero”. Così cantavano i Baustelle, citando in un sol verso sia il vate creatore di un capolavoro della letteratura italiana e mondiale come “I Promessi Sposi”, sia uno degli uomini più coraggiosi che il XX secolo abbia mai generato. O forse, dato l’argomento, sarebbe meglio dire partorito.

Nel maggio del ’61 il Manzoni ebbe un’idea a dir poco rivoluzionaria, c’è chi dice una stronzata, ma tant’è: collocare 90 sue evacuazioni fecali, del peso di 30 grammi ciascuna, in altrettante scatolette e spedirle a musei prestigiosi in tutta Europa. L’opera, come naturale che fosse, dette scandalo, ma al ribrezzo iniziale si sostituì gradualmente la convinzione che lì, in quegli stronzi sigillati, si nascondesse l’arte al suo stato più puro.

Il buon Piero ovviamente non aveva perso la bussola, anzi, fu il culmine della sua riflessione e crescita artistica esponenziale e l’acmé della provocazione. Provocazione che sostanzialmente si ridusse a far capire al mondo che:

  • Un artista famoso sarà sempre acclamato, persino se le sue opere sono delle cagate pazzesche.
  • Ogni cosa prodotta dall’uomo assurge ad opera d’arte.

Se consideriamo che il 7 dicembre dello scorso anno una delle scatolette è stata battuta all’asta per 275mila euro, potremmo affermare che il Manzoni ci avesse visto giusto. Ma è proprio vero che ogni espressione, ogni opera, ogni oggetto, anche il più banale, ogni cazzo di “mi ai spendo il quore” sul muro sia classificabile come esempio di arte? Dove finisce la merda e dove comincia l’artista?

Si potrebbe tirare in ballo l’atavico dualismo tra forma e concetto, o leggere i più complessi trattati di esegesi, ma alla fine della fiera arte è ciò che emozione dà.
Da questo punto di vista mi considero un seguace di Joyce e della sua poetica dell’epifania: un oggetto è da considerarsi arte nel momento in cui riesce a svincolarsi dalla sua materia e trascende sino a diventare idea, suggestione, esperienza sensitiva capace di farmi vivere uno shock spazio-temporale. E poco importa se questa epifania la avvertiamo in un’aria di Wagner perché “era la preferita di papà e la domenica mattina ci svegliava così” o nel rumore fastidioso e ricorrente di una lavatrice scassata perché “è là sopra che ho fatto l’amore con la donna della mia vita”, poco ce ne deve fregare se questo shock lo viviamo grazie a un quadro delle Ninfee di Monet perché “minchia, sono identiche a quelle del lago dove andavo con mio nonno a dare le molliche di pane ai pesci” o guardando un pene scarabocchiato sul quaderno dal nostro migliore amico perché “è l’ultima cosa che fece per me prima di accendere la macchina e andarsi a schiantare in un frontale”.

Quello che Manzoni voleva comunicarci con la sua merda era proprio questo: non lasciatevi ingannare dalla banalità intrinseca dell’oggetto in sé per sé, l’arte non è solo visione, è percezione, è sensazione, è libertà.

Arte è essere contenti di cagare dopo una succulenta pasta alla carbonara (perché a casa Manzoni, nel maggio del ’61, penso siano andate così le cose) e pensare: “Quasi quasi questa la spedisco alla Tate Modern di Londra”.

 

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Emiliano Fraccica
Il mio nome è Emiliano Fraccica e frequento il C.d.L. in Scienze della Comunicazione a Bari. In realtà sono di Taranto, città piena di problemi sia dovuti all'inquinamento che alla mentalità. Mi definisco una persona curiosa, che cerca di vedere sempre il lato positivo e ridicolo di ogni situazione, e che per questo non si fa scoraggiare quasi mai. Ho sposato questo progetto perché credo nel potere della "penna che uccide più della spada", credo nell'informazione e nella cultura, e credo nella passione comune che io e gli altri redattori, miei amici fidati, condividiamo, la passione del giornalismo, sia esso "comodo" o "scomodo".

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