“Maria, posso farle qualche domanda?”

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La notte ha da sempre esercitato un fascino mistico nell’immaginario collettivo, il buio e quella nuance di ambiguità esaltano il ruolo di una parte del giorno tanto misteriosa quanto anelata. Le notti di Taranto, la città della Puglia famosa per i suoi “Due Mari”, durante i riti della Settimana Santa, riescono a essere tutto questo.

La nostra redazione ha voluto partecipare quest’anno alla processione della notte tra il Giovedì e il Venerdì Santo, toccare con mano la spiritualità dei tarantini (e non solo, dato che questi riti attraggono turisti da ogni parte del mondo), capire perché queste notti, a Taranto, sono forse le più importanti dell’anno.

In questa processione la vera protagonista è la statua di Maria Addolorata, vecchia più di trecento anni, con capelli veri e vestiti ricamati a mano. La Madonna è distrutta. È alla ricerca disperata del figlio che, Scritture alla mano, nella notte tra giovedì e venerdì verrà arrestato e condotto dinanzi al sommo sacerdote.

Il cammino comincia a mezzanotte, con l’uscita della statua dalla chiesa di San Domenico Maggiore, sita nel borgo antico, per poi snodarsi attraverso le strade e i vicoli che trasudano di storia e di tradizione, sino ad arrivare nella città nuova. Il passaggio dal borgo antico a quello umbertino, di più recente costruzione, è qualcosa di unico: la statua infatti attraversa, rischiarata da una tenue aurora, il Ponte Girevole, una delle attrazioni più famose di Taranto.

L’Addolorata rientrerà a San Domenico solo nel pomeriggio del venerdì, sempre col consueto passo lento e ponderato, la nazzecate, come la chiamano qui.

Proprio stanotte, durante la processione, è successa una cosa bizzarra. Sarà stata l’atmosfera carica di commozione, saranno stati i perdoni, cioè i confratelli di San Domenico, che mi guardavano dai loro forellini minuscoli posizionati sul cappuccio, sarà stato il ritmo della troccola, uno strumento composto da una lastra di legno sulla quale vanno a sbattere una serie di maniglie in ferro, ma a un certo punto ho immaginato di intervistare la statua della Madonna Addolorata. E lei mi rispondeva.

Credo che non abbia bisogno di presentazioni, più o meno tutti sanno chi è lei e chi è suo figlio. Ma da quando lei è “imprigionata” in questa statua?

“Eh, sono oramai trecentoquattordici anni. Nel 1703 infatti Don Diego Calò ha commissionato ad un artista di Napoli la mia costruzione, e da allora mi vedete così ogni Giovedì Santo. So che non ho una “bella cera”, ma deve anche capirmi: vorrei vedere lei se arrestassero i suoi figli nel bel mezzo della notte! Però oltre alla mia espressione triste ci sono altre cose che può notare: nella mano destra ho un fazzoletto, mi ci asciugo le lacrime che, come vedete, non riesco a trattenere; nell’altra mano c’è il mio cuore, trafitto da un pugnale. Ecco, così mi sento, pugnalata, distrutta, mi sento di morire. Scusi questo sfogo, ma sono pur sempre una madre.”

Lo capisco benissimo, non si preoccupi. Ma so che c’è anche un’altra statua dell’Addolorata, com’è che non la vedo? 

“Non faccia confusione. Io sono l’Addolorata di San Domenico, l’altra è l’Addolorata del Carmine, una chiesa della città nuova. Non può vederla perché lei fa parte della Processione dei Misteri, quella che inizierà questo pomeriggio. Posso capire il suo errore, in effetti molti ci scambiano per la stessa statua. Ma ci sono dei piccoli particolari che ci contraddistinguono: innanzitutto io sono più alta e più magra, forse perché ogni anno faccio il doppio della strada che fa lei; lei come me ha il fazzoletto e il cuore, ma nelle mani invertite, cioè uno a sinistra e l’altro a destra; e poi le faccio notare la forma del pugnale, questo è a forma di cuore, il suo a forma di croce.”

Lei ha parlato di un’altra processione, quella dei Misteri. Di cosa si tratta?  

“È la processione che parte il venerdì pomeriggio dalla chiesa del Carmine, e terminerà il suo cammino il sabato mattino, sempre nella stessa chiesa, senza passare dal borgo antico. Davanti c’è sempre il troccolante, poi dietro di lui sette statue: Cristo all’orto, Cristo alla Colonna, l’Ecce Homo, la Cascata, il Crocifisso, la Sacra Sindone, Gesù morto e l’Addolorata. Tutte queste statue rievocano i momenti salienti di quando mio figlio…mi scusi, non riesco a parlarne, ma credo abbia già capito. Questa processione si concluderà intorno alle sette di mattina di sabato, con la tradizionale bussata del troccolante: lui infatti arriverà alle porte della chiesa del Carmine e con il suo bastone busserà tre volte, in un’atmosfera carica di silenzio e trepidazione. Dopo i tre tocchi la gente applaudirà festante. 

Sono tradizioni ormai radicate quindi nel culto religioso tarantino. Ma i giovani come le vivono?

“Guardi, ci sono giovani e giovani. Alcuni osservano in silenzio, devoti e rispettosi. Altri invece colgono l’occasione per schiamazzare e per passare delle nottate a fare bagordi. Lei non sa quante bottiglie vuote di birra mi tocca vedere per le strade che attraverso! Una cosa scandalosa! In più, con tutti questi cellulari, le persone ci guardano sempre attraverso uno schermo, quando invece siamo lì, a pochi metri da loro, in “carne e ossa”. Questa è una cosa grave, a mio avviso, sia perché si punta più a immagazzinare ricordi che a viverli, sia perché disturba quei fedeli che invece osservano attoniti e meravigliati questi riti. Vorrei fare un appello a tutti i giovani di questa città: abbiate cura di noi! Siamo parte della tradizione di questa città, siamo parte di voi, non ci calpestate, non ci offendete, ve lo chiedo per favore! Vengono migliaia di turisti, da tutti gli angoli della Terra, siate degni ospiti, abbiate cura di noi! Ora mi scusi, ma ho ancora tanto da camminare. Ho ancora tanti posti in cui cercare mio figlio.”

Finito di rispondere, l’Addolorata ha ripreso il suo peregrinare, accompagnata dalle musiche elegiache delle bande. Un sottile filo di sole filtrava alle sue spalle, segno di un’alba che stava per esplodere, facendo stagliare in lontananza le ciminiere dell’Ilva. La fabbrica di morte alle spalle di Colei che ha dato vita.

 

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Emiliano Fraccica
Il mio nome è Emiliano Fraccica e frequento il C.d.L. in Scienze della Comunicazione a Bari. In realtà sono di Taranto, città piena di problemi sia dovuti all'inquinamento che alla mentalità. Mi definisco una persona curiosa, che cerca di vedere sempre il lato positivo e ridicolo di ogni situazione, e che per questo non si fa scoraggiare quasi mai. Ho sposato questo progetto perché credo nel potere della "penna che uccide più della spada", credo nell'informazione e nella cultura, e credo nella passione comune che io e gli altri redattori, miei amici fidati, condividiamo, la passione del giornalismo, sia esso "comodo" o "scomodo".

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