Fenomenologia del Meme: è solo shitposting?

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“Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione.” Con queste parole il Perozzi anticipava uno dei classici scherzi brillanti del Necchi nello storico film “Amici Miei”, girato nel 1975 da Mario Monicelli.

Questo preambolo potrebbe benissimo adattarsi a quello che ormai è un must di Facebook e del complesso mondo dei social media in generale: il Meme.

E sì, perché un Meme dev’essere geniale, dev’essere condensazione di intelligenza e sarcasmo, deve propagarsi e far divertire, diventare virale.

Urge quindi un chiarimento del concetto di Meme: “un’idea, stile o azione che si propaga attraverso Internet, spesso per imitazione, diventando improvvisamente celebre” (Burns, 2009, p. 78). Sono quelle immagini ritoccate con photoshop o alle quali viene aggiunta una didascalia, abbia o meno essa a che fare con la stessa pic.

Fonte “La Fabbrica del Degrado”, Facebook

Per esempio, nel Meme qui a sinistra si possono scorgere gli elementi distintivi del “fenomeno Internet”: confronto di due foto che non hanno nulla in comune; didascalia di paragone; chiaro rimando all’esperienza personale. Perché, in effetti, a 27 anni anche solo portare le buste della spesa ti fa venire il fiatone.

Il successo del Meme sarà garantito proprio dalla perfetta combinazione di tutti questi elementi, e condividere il Meme è già una certificazione di aver consegnato a Facebook un vero e proprio fenomeno.

Come al solito l’interrogativo è sempre lo stesso: il Meme può essere considerato opera d’arte?

Per rispondere analizziamo bene il percorso che un creatore di Meme deve intraprendere:

  1. Intuizione di poter introdurre nel mondo qualcosa di non ancora visto e non ancora prodotto.
  2. Ricerca e comparazione delle immagini che più si adattino a procurare lo shock desiderato negli occhi del fruitore.
  3. Combinazione delle immagini e/o aggiunta di una didascalia che aiuti il fruitore nel processo di cognizione del Meme, e non che gli sveli già tutto, il successo sarà direttamente proporzionale alla soddisfazione da parte di chi legge di aver compreso il Meme, a discapito di chi magari non ha le conoscenze o le chiavi giuste per comprenderlo.
  4. Condivisione del Meme con gli spettatori, essa deve avvenire in un particolare momento storico (es. se il Meme si riferisce ad un determinato evento, minore sarà il tempo intercorso tra estinzione dell’evento e lancio del Meme, maggiore sarà la probabilità di avere successo, proprio perché pensato, prodotto e condiviso “in tempo reale”.

Queste fasi possono benissimo essere comparate agli step di creazione di un dipinto o di una canzone, l’obiettivo è lo stesso, quello di “épater les bourgeois” , sorprendere lo spettatore, sparigliare le carte.

Vi lascio con una chicca: uno dei primi ad usare il Meme fu nientemeno che Marcel Duchamp, artista dadaista, surrealista (e molti altri -ista), famosissimo per opere come “Fontana” e “L.H.O.O.Q”, di cui vediamo qui due immagini.

“Fontana”, M. Duchamp, 1917

Da un lato un orinatoio usato come fontana, un oggetto messo al posto di un altro, una controdeterminazione tale da far inorridire chi nel 1917, ad un’esposizione d’arte, si trovò davanti a un cesso. “Utilizzando l’orinatoio, il messaggio dell’artista è evidente: l’Arte è qualcosa su cui puoi pisciare”, dirà successivamente il filosofo Stephen Hicks (2004, p. 196).

Dall’altro lato un’opera famosissima che viene arricchita (c’è chi direbbe sfregiata) con un paio di baffi e un pizzetto. Qui Duchamp ci mette in guardia dal manierismo spinto, dall’imitazione a priori, dall’omologazione gratuita in cui l’arte rischiava di scadere. “L’opera

“L.H.O.O.Q.”, M. Duchamp, 1919

può essere considerata un manifesto contro il conformismo. Dissacrando uno dei miti artistici più consolidati, Duchamp non intende negare l’arte di Leonardo ma onorarla, a modo suo, mettendo in ridicolo gli estimatori superficiali e ignoranti che apprezzano la Gioconda solo perché tutti dicono che è bella, conformandosi acriticamente così al gusto della maggioranza delle persone” (Cricco, Di Teodoro, 1996, pp. 725-726).

E cos’altro sono un cesso che simboleggia una fontana, e una Gioconda con barba e baffi, se non degli splendidi, scioccanti, e riuscitissimi meme?

Bibliografia:

  1. Kelli S. Burns, Celeb 2.0: how social media foster our fascination with popular culture Santa Barbara, Calif., Praeger/ABC-CLIO, 2009
  2. Stephen Hicks, Explaining Postmodernism: Skepticism and Socialism from Rousseau to Foucault, Scholargy Press, 2004
  3. Giorgio Cricco e Francesco P. Di Teodoro, Itinerario nell’arte, Volume 3, Bologna, Zanichelli, 1996 ISBN 88-08-07952-X.

 

 

 

 

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Emiliano Fraccica
Il mio nome è Emiliano Fraccica e frequento il C.d.L. in Scienze della Comunicazione a Bari. In realtà sono di Taranto, città piena di problemi sia dovuti all'inquinamento che alla mentalità. Mi definisco una persona curiosa, che cerca di vedere sempre il lato positivo e ridicolo di ogni situazione, e che per questo non si fa scoraggiare quasi mai. Ho sposato questo progetto perché credo nel potere della "penna che uccide più della spada", credo nell'informazione e nella cultura, e credo nella passione comune che io e gli altri redattori, miei amici fidati, condividiamo, la passione del giornalismo, sia esso "comodo" o "scomodo".

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