Il fenomeno “Prison break” in rotta verso l’evasione finale

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The dead talk if you listen”. Una spiegazione netta, senza troppi fronzoli, una spiegazione che racconta tutto ma che non dice nulla. È questo che Prison Break regala ai suoi fans. Perché si sa, dare troppe spiegazioni nell’ immediato non è nello stile di “Prison break”. E dopo 6 anni, tutto ricade nella stessa logica: lasciare lo spettatore esterrefatto. Lo ha fatto la trama, che per 4 stagioni ha giocato sul “detto e non detto”, e adesso lo fanno anche i produttori con la serie. Credevate fosse finita? Ed invece no. 

Al di là della gioia dei fans che hanno visto tornare in vita, in un modo realistico oltretutto, il loro eroe morto proprio nell’ultima puntata, ci sono logiche di mercato ben più argute. Il fenomeno “Prison break” forse come solo pochi hanno fatto, ha creato intorno a sé una fandom che non ha eguali, che ha giocato non tanto sul ruolo della trama nella serie, ma sul ruolo dello spettatore che da protagonista passivo diventa attivo, quasi in dovere di essere vicino ai protagonisti e aiutarli nella loro fuga eterna, in lotta contro il tempo e le insidie dello stato occidentale. E che la storia non si potesse chiudere con la morte di Michael era davvero molto chiaro: lo avevamo capito con il mini- sequel “The final break”. Non a tutto ci può essere una fine e questo Scheuring lo sa bene. Una serie tv deve riproporre un qualcosa che faccia sentire il fan vicino alla realtà trasmessa. E se questa realtà ad un certo punto si blocca, che realtà è? Viene a rompersi un patto di fiducia, che Prison break ha intenzione non solo di rinnovare, ma di raddoppiare. Perché non ha dimenticato i suoi spettatori, non ha dimenticato la storia, non ha dimenticato che la fine non esiste. E se dovesse esistere, si tratta solo di una fine apparente. Ed in fondo, “Non tutti i morti sono uguali”.  

Perché Prison break piace ai fans?

Perché ci insegna a trovare una risposta a tutto. In un mondo fatto solo di benserviti, Prison offre la possibilità di un nuovo modo di vedere le cose, che non sono necessariamente come ci vengono presentate. Un modo strambo in un mondo violento, fatto di sotterfugi, di menzogne e di pericoli. Le cose non cambiano, cambia solo il loro modo di guardarle. E non è vero che a nulla c’è una soluzione: basta rifletterci su e azionarsi per il cambiamento. “Be the change you want to see in the world” si legge sulla tomba di Scofield; un cambiamento che ha investito tutti i personaggi e che continua a farlo. Nessun essere è completo: ci si rimescola in continuazione, forgiando ogni parte dell’essere. In 4 stagioni Prison ha lanciato un messaggio di speranza ai fans, riscontrando come a tutto c’è sempre una soluzione ed un’alternativa. E hanno sfatato anche il mito de “alla morte non c’è rimedio”: Lincoln che sfugge alla sedia elettrica e Michael che in realtà non è mai morto in quell’ esplosione. Una situazione paranormale che però aiuta a riflettere in merito all’ autodeterminazione umana, quell’attività che sconfigge la passività di cui oggi siamo promotori. Accettiamo le vicende così come accadono, senza provare a raggirarle fino alla fine, vittime di un sistema prepotente e malvagio. O semplicemente vittime della nostra negligenza.

Amiamo Prison perché nonostante tutto, la famiglia resta il pilastro fondamentale. E nessuno è riuscito a non sentirsi parte di quel meccanismo che ci fa sentire ancora più legati ai nostri fratelli. Lincoln e Michael rispettano quello che ogni famiglia perfettamente imperfetta dovrebbe essere: amore. E poco importa se questo vuol dire lotta, morte e sofferenza. Non importa se a ogni fine puntata restiamo col fiato sospeso, credendo di aver capito tutto e scoprendo poi che ogni nostra congettura viene azzerata. In fondo il fenomeno Prison break è anche questo. Porre continui interrogativi e dare sempre nuove risposte. 

Al via quindi questo sequel, che si prospetta già all’altezza delle quattro serie precedenti. Molti i riferimenti alla mitologia, che si legano bene ad una simbologia assurda, presente già dal titolo: Ogigia, come l’isola in cui Ulisse ha sostato per tanti anni. Michael come Ulisse, in attesa di un ritorno nella sua patria. Un nome, acquisito durante la sua vita parallela, che dà l’avvio a qualcosa di grande. Michael diventa Kaniel Outis; outis che in greco significa “nessuno”, proprio come Ulisse. Un occhio ricorrente sulla sua mano, che si apre già a molteplici prospettive. Una moglie, un figlio, gli stessi amici di sempre e suo fratello, pronto a dare la vita.

Ma arriverà davvero stavolta la parola fine? Chi lo sa. La vita è una continua evasione. Forse è davvero finita; o semplicemente si tratta dell’inizio di una fine lontana.

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Francesca Elicio
Determinata, testarda, curiosa e inarrestabile. Con energia da vendere e una voglia di imparare e dare sempre il massimo. Questa sono io in pochi aggettivi. Mi chiamo Francesca, ho 22 anni e sono laureata in scienze della comunicazione. Non mi arrendo quasi mai e cerco di cogliere ogni tipo di opportunità mi capiti. Della mia vita ho già deciso quando avevo 3 anni; anno dopo anno, ho capito sempre più che io senza giornalismo e scrittura sarei come Romeo senza la sua Giulietta, oppure come una giornata senza sole, o come il pane senza la nutella. Ho iniziato a scrivere a 16 anni quando annunciai per prima in Italia l'omicidio di un commerciante del paese. A 20 anni mi sono iscritta all’ordine dei giornalisti. E nel frattempo non faccio altro che studiare e specializzarmi, chissà che non riesca a vincere il Pulitzer un giorno. Idoli? Bhe, il mio mito fra tutti è Emiliano Fittipaldi. Sogni nel cassetto? Lavorare insieme a lui, e perché no, superarlo anche. Vi ho detto anche che sono sognatrice?

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