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“Chi non muore si rivede” diceva un famoso proverbio. È il caso di dirlo anche per Prison Break. Ebbene sì, Micheal, Lincoln, Sara, Sucre, Benjamin  e T-Bag sono tornati per tutti noi fans.

Nonostante l’entusiasmo iniziale dettato dal cuore, generalmente sono scettica circa il ritorno di grandi serie, poiché rischiano di non essere all’altezza del loro passato e di rovinare il ricordo lasciato dalla precedenti stagioni. Per quanto mi riguarda, è il caso di Una Mamma per amica. Ad ogni modo, la prima puntata della quinta stagione, intitolata “Ogygia“(per l’analisi vedi Il fenomeno “Prison break” in rotta verso l’evasione finale), è andata in onda negli Stati Uniti lo scorso 4 aprile e per il momento non c’è una data certa per la messa in onda italiana. Questa quinta stagione sarà una miniserie e conterà soltanto 9 episodi. Pensandoci bene, ciò non è totalmente negativo, perché siamo un pubblico esigente e non vorrei che i canonici 22 episodi risultino ridondanti (vedi Grey’s Anatomy, per esempio, che si ostina ad andare avanti in una lenta ed infinita agonia).

Prison Break, la serie che ha fatto del cliffhanger un must, anche questa volta sembra non deludere. Il primo episodio di questa nuova season, tra incertezze ed illusioni, tiene costantemente sulle spine lo spettatore. Ciò che più ho apprezzato è stato l’attualissima contestualizzazione della trama: è un’ulteriore prova delle abilità degli sceneggiatori che non sono ripartiti da dove si erano fermati, bensì hanno preso coscienza degli anni passati (ben otto!) e sono ripartiti da lì, affrontando il delicatissimo tema del terrorismo mediorientale.

Ritroviamo tutti i personaggi principali, ancora poco invece si sa dei secondari che troveremo probabilmente nei prossimi episodi. Lincoln Burrows, disperato per la morte del fratello Micheal, riprende le cattive abitudini, all’inizio lo vediamo scappare da due brutti ceffi. Sara Tancredi, ormai mamma del piccolo Micheal jr, si è risposata con un altro uomo. Paradossale è il cambiamento di Benjamin Miles Franklin -conosciuto anche come C-Note – che da americanissimo sergente dell’Esercito USA si converte all’Islam, a detta sua, unico modo per combattere la “vera” jihad, ovvero la sua guerra interiore, e per raggiungere la serenità. Da buon miles è sempre coraggioso e, messe da parte le sue rimostranze iniziali, aiuta Burrows nella folle impresa di entrare nello Yemen, territorio di guerra civile, per rintracciare il fratello non più morto. Fernando Sucre, in questi primi 40′, fa una breve comparsa, ma non si smentisce, è sempre l’amico più fedele dei due fratelli. T-Bag invece è come una brutta infezione, proprio non riusciamo a liberarci di lui, forse è immortale! Tuttavia è fondamentale per lo sviluppo di questo primo episodio, perché è lui che per primo scopre che Micheal è ancora vivo. Robert Knepper è stato talmente bravo ad impersonare il temibile T-Bag che, quando lo vedo in altri ruoli, non posso fare a meno di pensare a quanto sia viscido e disgustoso. D’altronde Prison Break è anche questo, pura immedesimazione; succede anche a voi? Comunque, questo personaggio è rimasto così tanto nell’immaginario comune, che gli sceneggiatori di Breakout Kings gli dedicano il terzo episodio “Il segreto di T-Bag” della prima stagione. Il misterioso Micheal Scofield compare solo a fine puntata. È imprigionato nello Yemen sotto mentite spoglie, con il nome di Kaniel Outis, e non riconosce il fratello, ma gli mostra dei nuovi tatuaggi sul palmo delle mani.

Secondo voi è affetto da amnesia, oppure ha in mente un piano contorto? C’è anche un altro dubbio che pervade la mia mente: ma dove avrà trovato lo spazio per altri tatuaggi?

Se vi va, ditemi la vostra!

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